Benito Mussolini.
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Il mio socialismo.
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1983. La Fenice Edittrice, FIRENZE - ROMA.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Testo curato dal "Progetto Manuzio", iniziativa dell'Associazione Culturale "Liber Liber".
Aperto a chiunque voglia collaborare, realizza la pubblicazione e la diffusione gratuita di opere letterarie in formato elettronico.
Ulteriori informazioni sul sito: http://www.liberliber.it/
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Indice.
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LA VIRT DELL'ATTESA.
LA GENTE NUOVA.
DEMOCRAZIA PARLAMENTARE.
LA CRISI RISOLUTIVA.
KARL MARX.
SOCIALISMO E SOCIALISTI.
SOCIALISMO E SOCIALISTI.
TI SVIRGOLO!!!	
LA FILOSOFIA DELLA FORZA.
(Postille alla conferenza dell'on. Treves).
CENTENARIO DARWINIANO.
LA COMUNE DI PARIGI.
"LA VOCE".
LO SPECULATORE.
IL "VIVEUR".
LO SCIOPERO GENERALE E LA VIOLENZA.
IL PROLETARIATO HA UN INTERESSE ALLE CONSERVAZIONI DELLE PATRIE ATTUALI?
LA DISOCCUPAZIONE.
L'UOMO SERIO.
AL LAVORO!
COMMENTO AL NOSTRO CONGRESSO.
[L'ALTRO GIORNO SI  CHIUSO A ROMA].
LA "SENSIBILIT" SOCIALISTA.
SEMINATORI DI ODIO: NOI O VOI?	
IL PROBLEMA DELL'"AVANTI!"
RISPOSTA ALL'"AVANTI!".
ESAME DI COSCIENZA.
DOPO IL CONGRESSO DI MILANO.
TRA L'ANNO VECCHIO E IL NUOVO.
PROFETI E PROFEZIE.
GLI UNITARI.
OSARE!
"SE MI ASSOLVERETE MI FARETE PIACERE, SE MI CONDANNERETE MI FARETE ONORE".
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FINE Indice.
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LA VIRT DELL'ATTESA.
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L'organizzazione proletaria, se vuol vivere ed affermarsi, deve essere priva di morbose impulsivit.
La dinamica sociale  lenta nel moto ascensionale verso forme evolute di vita per il fatto della contemporanea duplicit faticosa dell'opera sua: da una parte occorre distruggere tutto un passato d'ingiustizie, dall'altra urge preparare l'avvento di un futuro migliore.
L'ordine di cose oggi esistente non si muta d'un colpo, come vorrebbero certi utopisti, e come vorremmo del resto anche noi, se non fossimo umanamente sicuri di cadere nelle regioni del sogno.
La civilt capitalista  la trasformazione operatasi coll'89 della civilt medioevale, come questa  la trasformazione compiutasi col cristianesimo della vecchia societ pagana. La borghesia  sorta sulle rovine del blasone dalla parte pi attiva del terzo stato, come il socialismo  sorto e sorge dalla maggioranza immensa degli espropriati rappresentanti il lavoro, sulle rovine - sino ad oggi teoriche - degli ordinamenti politico-sociali fondati sulla propriet individualista. Rovine teoriche ho detto poich la critica ha precorso e precorre sempre l'azione demolitrice.
Ora un sistema che ha cos profonde radici poich  l'ultimo portato della storia, non pu essere distrutto dal lavoro di pochi anni. Voi potete, con una mina di dinamite, far saltare in dieci minuti un conglomerato roccioso, sia pure esso giacente da secoli; ma per far saltare un conglomerato di istituzioni, esponente di un avvenuto orientamento dello spirito umano verso dati principi - siano pure essi falsi - occorre una reazione che equivalga almeno in potenzialit, se non in durata, al tempo occorso per giungere a quello stadio di civilt che si riconosce infeconda di bene sociale.
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I lavoratori, dunque, non s'illudano. D'una conquista parziale non godano come d'un trionfo definitivo, ma la considerino invece come il primo sforzo che tempra la fede, come il primo passo del viaggio fatale. E prima di avventurarsi a lotte che, portando alla sconfitta, sfiduciano non solo coloro che hanno dovuto cedere, ma altres anche gli altri che stanno attendendo l'esito del combattimento, per trarne essi stessi un consiglio, prima di esporsi al cimento, misurino gli operai tutta la portata delle proprie deliberazioni.
L'attesa  la virt dei forti. So bene che  difficile l'attendere quando gli stomachi sentono i crampi del digiuno; ma il guaio  che un movimento disperato e condannato fin da principio, e mentre aggrava i tormenti dei forzati digiuni, allontana il momento della vittoria, cos - lo ripetiamo - per coloro che sono in lotta come per quelli che (e sono molti) prima di decidersi, si fermano e guardano quello che fanno gli altri.
Cerchino i lavoratori di formare associazioni potenti e per numero e per coscienze, e i giorni della lotta non tarderanno; ma la vittoria arrider solo ai ben preparati.
Bando adunque alle impulsivit, specie quelle provenienti da una falsa visione del come debba svolgersi il conflitto fra le classi oggi armate l'una contro l'altra.
Prepariamoci e prepariamo. La nostra attesa non  imbecille come quella dell'orientale perennemente ginocchioni davanti al suo dio, ma  l'attesa di chi prepara pazientemente le forze che gli occorrono per isgominare il nemico.
BENITO MUSSOLINI
Da l'Avvenire del Lavoratore, N. 162, 9 agosto 1902.
Pubblicato anche su La Giustizia, N. 832, 24 agosto 1902.
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LA GENTE NUOVA.
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Imola - la modesta citt della Romagna, culla del socialismo italiano e patria di Andrea Costa - ospit gentile fra le sue mura ne' giorni passati i mille rappresentanti del proletariato d'Italia riuniti a congresso.
Mai si ebbe tanta folla d'intervenuti, mai - come stavolta - le assise del popolo cosciente assunsero le forme di un avvenimento che lascia durevole traccia di s nelle pagine della storia.
Eppure si erano fatti de' ben tristi pronostici; eppure de' profeti in ritardo andavano parlando di scissioni, di divorzi, di rovine morali; e antivedendo non un fecondo dibattito del pensiero, ma un battaglione, pi o meno facchinesco, a pugni, pregustavano (ahi! troppo immatura) la gioia che l'oroscopo avesse colto nel segno.
Invece da quello che doveva essere l'inizio dello sfacelo nacquero elementi di solidit. Vedemmo gli uomini nuovi non dolersi della sconfitta della propria opinione, ma contemperare - nell'amor dell'Idea - l'io e il non io, la variet individua e collettiva; vedemmo diradarsi le nubi che si erano accumulate negli animi in questi ultimi mesi di polemiche astiose; vedemmo - con lietezza profonda - affermarsi l'unit del partito senza sopraffazione delle variet personali originate da diverse forme di temperamento e cultura.
A Imola non erano schiere di mercenari dell'intelletto che movessero in lotta per un dominio ideale, epperci non vi furono trionfatori.
Il popolo far ragione della maggioranza numerica dei voti ottenuta in nome del riformismo e dir se questa  o no la tattica rispondente ai bisogni del momento storico che attraversiamo. Per ora silenzio. Cessi la disputa nell'attesa del verdetto.
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Il congresso d'Imola ebbe ancora il merito di provocare un ritorno alla realt morale del socialismo.
Quando gli uomini prendono il posto all'Idea, l'io borghese (fatto di piccole vanit, di puntigli, di bassezze) rigermoglia nelle anime, e alla discussione succede l'invettiva, lo scritto diventa libello, si ritorna psichicamente borghesi. E la fraternit - base del regime pel quale combattiamo - diviene parola vuota di senso. Gli  allora che necessita bagno nelle acque della realt.
Che sono quelle forme mortali chiamate uomini di fronte all'immensit dell'idea? Che sono le polemichette velenose, parte di cellule cerebrali esaurite, davanti alla lotta dell'uman genere che ascende a mete luminose di giustizia?  forse possibile nel secolo ventesimo la dittatura di un pensiero?
Io penso che i compagni provocatori delle discordie passate, abbiano sentito - mentre nel teatro d'Imola echeggiavano le note dell'inno proletario - il rimorso di aver trasceso a cos indegni limiti e respirando un po' di atmosfera ideale avranno provato quanto sia mefitica l'aria del personalismo che impicciolisce il pensiero e lo corrompe.
La gente nuova s' mostrata all'altezza del compito. Gli ultimi discorsi furono inni sciolti al lavoro che affratella e nobilita, furono pietre sepolcrali gettate sulle muffe che avevano minacciato l'esistenza del nostro partito.
Le note della tolleranza e dell'affetto reciproco vibranti in quelle parole facevano tornare sul labbro i versi del poeta:
Salute! o genti umane affaticate.
Tutto trapassa e nulla pu morir.
Noi tutti [sic] odiammo e sofferimmo - Amate!
 bello il mondo e Santo e l'avvenir!
BENITO MUSSOLINI
Da L'Avvenire del Lavoratore, N. 168, 20 settembre 1902.
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DEMOCRAZIA PARLAMENTARE.
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Una delle cause per cui la democrazia italiana "ha i calli e porta gli occhiali"  l'influenza esorbitante del parlamentarismo sui partiti politici, anche avanzati, come il nostro e il Repubblicano. Chi vive all'estero - e si trova fuori da ogni ambiente passionato - pu meglio afferrare ed esaminare questo fenomeno caratteristico della nostra vita nazionale. La constatazione  semplice e pu formularsi cos: In Italia la democrazia  troppo parlamentare. In Italia tutta l'attivit politica delle organizzazioni sovversive, si orienta da Montecitorio. I partiti vivono la vita fittizia dei gruppi che li rappresentano nei consessi legislativi. La democrazia  impicciata perch non ha iniziative sue proprie, ed  costretta a sostenere quelle di individui o di gruppi isolati, anche quando non corrispondono alle speciali necessit del momento storico. Tutte le ultime agitazioni ebbero la parola d'ordine da Montecitorio e caddero, naturalmente, nel vuoto.
Fu propriamente col ministero Giolitti, che la democrazia italiana venne assorbita dal parlamentarismo.  bene fare la genesi di questo processo di degenerazione. Quando la Sinistra costituzionale afferr le redini del governo, sorsero nell'Estrema Sinistra e, di riverbero, nel paese, i poeti delle "libert consolidate" e i filosofastri della "conservazione di classe". Ormai il periodo della reazione era passato. Una parentesi si apriva... (dolce eufemismo grammaticale!). Continuare il vecchio metodo di intransigenza, significava non vedere i tempi mutati e trascurare il felice esperimento di un governo liberale. Le fucilate ai "trogloditi" della bassa Italia erano "pallottole errabonde", di fronte ai 48 milioni conquistati - grazie Giolitti - dai contadini Mantovani. L'idillio riformista incominciava.
Per contro, tutti i problemi della nostra vita nazionale, erano sulla piattaforma politica, irti delle loro difficolt. La soluzione urgeva. E l'Estrema Sinistra si pose all'opera. I deputati socialisti dissero: lavoriamo, ch il paese aspetta! - ma vollero dire: legiferiamo! Cos al lavoro socialista di critica, di sprone, di controllo venne sostituito lavoro borghese delle riforme, nel tentativo di dare all'Italia una "legislazione sociale".
La "legiferomania" divent epidemica. Ogni deputato socialista aveva "il suo progetto di legge". Si legifer, su tutto: sul divorzio e sul riposo festivo; sull'esercito e sul lavoro delle donne; sul problema meridionale e sulla ricerca della paternit. E tutto ci nell'indifferenza completa del proletariato.
Ma la fecondit legislativa dei nostri deputati doveva poi essere non solo inutile, bens dannosa. Per dare importanza ai loro progetti, per imporli alla discussione parlamentare, si riconosceva necessaria una certa pressione del popolo.
Di qui le campagne recenti per il divorzio, per il riposo festivo, contro le spese improduttive ecc. Un seguito di agitazioni puramente verbali, senza alcun effetto immediato, n mediato; salvo i soliti ordini del giorno... la cui efficacia  conosciuta. Queste campagne ora per una legge ora per l'altra, finiscono per esaurire e non hanno neppure il vantaggio di promuovere una agitazione di momento, quando si tratta di riposo festivo o di divorzio - riforme - che solo molto indirettamente interessano il proletariato.
Su questo terreno la politica parlamentare socialista doveva finire per essere la politica di certe categorie di persone: impiegati governativi, commessi, tabaccai che formano il grosso elettorale dei battaglioni riformaioli. Per costoro certe leggine si potevano strappare, poich non rovinavano la propriet privata e servivano ad assicurare i futuri suffragi. Ma i grandi progetti coi quali i nostri onorevoli credevano risolvere i problemi della Terza Italia monarchica e clericale, dopo la superficiale agitazione del paese e la vuota discussione a Montecitorio, finirono accolti benignamente dai topi degli Archivi.
La vanit della prova doveva aprire gli occhi alla democrazia. Essa doveva dare la parola d'ordine ai suoi eletti; non questi a quella. Togliersi all'ingombrante tutela del parlamento e dei legiferatori, rinnovare le sue energie, tesoreggiarle, limitandosi a poche agitazioni, ma durature e profonde. Invece la grande "superficialit" che caratterizza la nostra politica, e la nostra democrazia, persiste, anzi si aggrava.
Basta un semplice incidente parlamentare, per provocare un progetto di legge e un'agitazione nel paese. Dopo il voto contro la proposta Agnini, si parl di una campagna "per il suffragio universale". Domani, un'invettiva del Santini baster a giustificare una "campagna" qualsiasi.
E queste innocue "campagne" che non rispondono ai bisogni reali del popolo d'Italia, che ripetono la loro origine dalle oziose discussioni di Montecitorio, conservano il parlamentarismo nelle file della democrazia e tagliano i nervi all'iniziativa diretta del proletariato.
Di questo stato di cose, venne fatta menzione nel primo comma dell'ordine del giorno di Brescia. La frazione rivoluzionaria del partito socialista deve imporsi, limitando la "legiferomania" e ossigenando le forze democratiche che si propongono come fine immediato la soppressione degli attuali ordinamenti politici in Italia. Resta quindi esclusa dalla democrazia autentica la radicanaglia [sic] ventricolare e sabauda del congresso di Roma. Il sacchismo pu essere prevalentemente parlamentare, burocratico, governamentale. La sua modernit l'immagine genuina del vuoto. Pu fare la minuta politica delle "categorie" perch non ha un programma di classe.
Ben altro e pi vasto  il compito di una democrazia rivoluzionaria.
Losanna.
MUSSOLINI BENITO
Dall'Avanguardia Socialista, N. 83, 2 luglio 1904.
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OPINIONI E DOCUMENTI.
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LA CRISI RISOLUTIVA.
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A chi esamini il movimento socialista non dalle sue prime manifestazioni "patriarcali", ma da quando - sotto la nuova pressione del dualismo capitalistico-proletario - ha preso forme di vita e di realizzazione storica, balzano agli occhi due fasi attraversate e una terza iniziatasi oggi e causa dell'attuale crisi.
La prima fase  quella che si svolge ancora nell'orbita dell'influenza cristiana. Il socialismo  divinazione di poche menti elette, ma non diviene necessit coordinatrice di un'azione pratica e positiva - dato rapporto sociale dell'economia contemporanea.  il periodo dell'utopia. Owen crede di togliere le cause della miseria riformando l'ambiente e correggendo i costumi del popolo; Lamennais in Francia, Kingsley in Inghilterra, s'affidano all'ideale etico e allo spirito cristiano; Fourier che fu pure un'anima rivoluzionaria, aspetta ingenuamente da un capitalista la somma necessaria per la costruzione del primo falansterio. E l'utopismo delle vecchie dottrine socialiste deriva - direbbe Werner Sombart - "da una sconfinata sottovalutazione della forza avversaria, originata dalla credenza che i detentori della ricchezza potessero cedere davanti alla semplice e pura predicazione del bene". Questo periodo si chiude col 1848. Comincia col "Contratto Sociale" di Rousseau e con Robespierre che ghigliottina i ricchi perch non possono essere virtuosi uomini della natura e finisce col "Ministero del Lavoro", gli Ateliers nationaux e le fucilate di giugno.  costellato dei pi svariati tentativi di realizzazione di societ comuniste. Intanto la borghesia si afferma dovunque, abolisce il medioevale rapporto economico corporativista, scava profondo il dualismo fra i detentori degli strumenti di produzione e i produttori, crea il salariato moderno. Sar allora possibile, prendendo le mosse dal mondo della nuova realt economica, l'opera di Carlo Marx. Liebknecht ci dice che il Capitale non poteva essere scritto se non in Inghilterra. N le dottrine - che s'imperniano sul materialismo storico e sulla lotta di classe - potevano essere concepite senza la nuova forma di vita sociale che - agglomerando le folle operaie nelle grandi citt - sviluppava il senso d'associazione, il quale, per l'insicurezza costante del domani proletario, fecondava a sua volta il bisogno della resistenza, della difesa e dell'offesa.
La seconda fase riflette e generalizza i principii della Rivoluzione politica. La borghesia stessa si affretta a dare al vecchio servo della gleba un titolo che lo conforti nella sua posizione di salariato, e lo chiama "cittadino". Il socialismo allora si risolve in una lotta prevalentemente politica. Esso muove all'assalto dello stato borghese - non per abolirne il principio - ma a conquistarne le "funzioni". Cos abbiamo il socialismo puerile della "met pi uno" e la mania legiferatrice degli eletti del popolo. Gli occhi si affisano ai "Parlamenti", la scheda  salutata come l'arma formidabile del riscatto operaio, tutte le migliori energie vengono assorbite e sperdute dalla lotta elettorale. In questo periodo d'illusione, non ancora tramontata, si riscontrano come "epifenomeni" alcuni caratteri della fase "cristiana". La finalit socialista diventa un nebuloso regime di giustizia universale che mal si definisce in una aspirazione stanca di pace, di riposo, e giacch il socialismo dev'essere unguento di tutte le piaghe, si domanda l'intervento della legislazione e la tutela governativa. La "riforma!": ecco il portato di questa seconda falsa nozione del socialismo. Per essa si tenta la conciliazione temporanea di interessi contradditori e si arriva logicamente alla cooperazione di classe. Il deputato socialista si preoccupa dei suffragi, e deve difendere non pi le idee che rappresenta, ma gli elettori del suo collegio. Non pi quindi la politica di classe, ma la politica delle "categorie". Bottegai, commessi, impiegati, sacrestani, gendarmi, passano a turno nel girone legislativo e, come dei pezzenti agli angoli delle strade, mostrano le rispettive infermit nell'attesa dell'elemosina governativa. L'azione socialista perde i caratteri distintivi di azione di "classe"; e sono gli identici motivi di ordine pietistico quelli che spingono i riformisti a preoccuparsi delle condizioni dell'industria; a consigliare gli operai di guardare i registri del padrone prima di dichiarare uno sciopero; a chiedere, come qui in Isvizzera, un aumento di paga ai gendarmi che guadagnano - poveretti! - un po' meno di un manuale muratore.
Oggi per si avverte una nuova concezione socialista, concezione profondamente "aristocratica". Il socialismo divenuto necessit economica del proletariato, si preoccupa solo degli interessi di questa classe sacrificata. Come il macigno, staccatosi dalla roccia, precipita nel vuoto ed obbedisce alla legge di gravitazione senza curarsi se nell'urto della caduta schiaccer una rana o una formica, cos il proletariato - che obbedisce alle leggi del suo fatale andare - non pu n deve preoccuparsi se dovr eliminare interessi antagonisti, sopprimere ceti e classi intermedie, rovesciare con la violenza della tempesta insurrezionale, gli istituti che ribadiscono la catena della sua schiavit. La meta non  pi la nebulosa socializzazione dei mezzi di produzione, ma  l'espropriazione della borghesia. Noi rinunciamo ad antivedere pi lungi, poich non si pu fissare oggi quali saranno nella loro crescente complessit le forme della produzione economica avvenire. Kautsky, nello scritto che sar pubblicato dall'Avanguardia, dimostra che nel regime proletario, accanto alla nazionalizzazione dei mezzi di trasporto, sar possibile la comunalizzazione di alcuni servizi pubblici, la propriet collettiva di associazioni operaie delle grandi miniere, officine, propriet fondiarie ed anche la sopravvivenza delle piccole aziende agricole a propriet privata per le quali tanto hanno spasimato e spasimano i poeti e i pennivendoli della borghesia. Ma la terza nozione del socialismo, la nozione "sindacalista" per la quale si risolver l'attuale crisi, trae l'origine da due premesse. Prima: La borghesia marcia verso la sua decadenza; seconda: Il proletariato acquista le attitudini necessarie per sostituirla nel dominio della produzione economica e nella direzione morale della societ. L'azione socialista allora si risolve in duplice processo di differenziazione e di integrazione. Noi ci differenziamo gi fin d'oggi nei rapporti e nella vita delle nostre comunit scavando ancor pi profondo il solco fra le nostre concezioni e quelle che informano la societ borghese; noi "integriamo" nei sindacati operai - nuclei della futura comunit socialista - le capacit tecniche, intellettuali e morali, onde poter degnamente raccogliere il patrimonio materiale del sistema capitalista e portare alle ultime conseguenze la Rivoluzione Sociale culminante nell'espropriazione degli attuali detentori dei mezzi di produzione. La lotta elettorale diviene quindi un incidente nella nostra vita di partito, un semplice mezzo di agitazione politica per ottenere dalla societ borghese non il "divenire progressivo del Socialismo" ma l'"esaurimento" di tutte le possibili modificazioni della sua struttura esterna fino al giorno in cui per "modificare" dovremo "sopprimere".
 tempo adunque di svecchiare la nozione del socialismo, di chiarire il concetto, di precipitare gli elementi eterogenei, di precisarne i contorni e le finalit. Delle due, l'una: o il socialismo sar proletario e allora "sar" anche nella realizzazione storica; - o il socialismo non trarr direttamente l'ispirazione della sua tattica dalle progressive necessit del proletariato e allora diverr un movimento ideologico, una moda politica e letteraria, come lo fu nella prima met del secolo scorso il liberalismo. Soverchiato dagli avvenimenti, esso avr vissuto, ma sui libri e le riviste dei suoi dottori.
BENITO MUSSOLINI
Dall'Avanguardia Socialista, N. 92, 3 settembre 1904.
 KARL MARX
(Nel 25 anniversario della sua morte)
Per ben comprendere e valutare colla maggior possibile approssimazione d'esattezza la portata e la profondit della dottrina marxista, per spiegarci in che modo  sorta e come si  imposta, ci sembra anzitutto necessario di riportare Karl Marx nel periodo di tempo in cui egli visse e lott. L'Europa dal '30 al '60 ci presenta un magnifico risveglio d'energie - le nazionalit divise (Italia, Polonia) tendono a ricostituire la loro unit etnica e psicologica; il capitalismo sviluppa e diffonde il suo modo di produzione e la grande industria sopprimendo l'artigianato, agglomerando le masse operaie nelle grandi citt, originando il proletariato come classe che ha interessi antagonistici a tutte le altre componenti la societ civile, rende manifesto l'insanabile dualismo fra i detentori dei mezzi di produzione e gli agenti personali della produzione e perci stesso conduce alla nozione scientifica del socialismo.
Nel campo intellettuale i pensatori inaugurano l'era delle libere ricerche - al difuori, al disopra e contro le antiche verit rivelate - Arrigo Heine il poeta della nuova Germania innalza un nuovo canto, un canto migliore - egli chiama gli uomini a fondare il regno de' cieli sulla terra e li esorta a lasciare il paradiso agli angeli ed ai passeri. L'Europa  tutta pervasa da un fremito di giovinezza. Karl Marx, spirito riflessivo, geniale e profondo, dotato di quella misteriosa potenza di divinazione che la stirpe gli aveva trasmesso, non appena compiuti gli studi universitari a Berlino si getta coll'entusiasmo di un giovane nel movimento rivoluzionario. I suoi primi scritti rivelano gi un polemista formidabile che unisce una forma brillante a una cultura filosofica vastissima. Nella Gazzetta Renana e negli Annali franco-tedeschi si trovano in embrione tutte le sue future concezioni dottrinali.
Staccatosi da Hegel - del quale conserver sempre la mirabile forza dialettica - Marx, come per liberarsi il terreno si scaglia contro il vacuo romantismo germanico. Sente che il cristianesimo - come dottrina della rinunzia - ribadisce le catene di una doppia schiavit economica e morale e proclama nel Deutsch Brsseler Zeitung (1849) che "i princip sociali del cristianesimo sono sornioni e il proletariato  rivoluzionario". Le vecchie scuole filosofiche si erano fossilizzate a creare dei sistemi sopra a delle pure astrazioni. Marx preconizza nuove vie e nell'ultima tesi su Lodovico Feuerbach esclama: "Non si tratta pi di studiare il mondo, si tratta di trasformarlo". Ma chi sar l'agente di questa grande trasformazione? Il proletariato. A questo punto il pensiero marxista  gi completo e trova la sua espressione nel Manifesto dei Comunisti.
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I limiti forzatamente brevi di un articolo destinato ad un periodico di propaganda non mi consentono di esaminare se non per sommi capi le nozioni principali delle dottrine marxiste.
Noi dobbiamo in primo luogo a Marx il passaggio dal socialismo filantropico cristiano, al socialismo scientifico. Nella prima met del secolo scorso, lo spettacolo della miseria e dell'abbiezione degli operai aveva commosso molti filantropi di tutte le scuole. Era nato da questo impulso umanitario una specie di socialismo cristiano del quale si possono considerare rappresentanti tipici il Kingsley in Inghilterra, Lamennais in Francia. Strano miscuglio d'ingenuit puerili e di bizzarre ricostruzioni sociali a base di virt predicata e praticata, questo socialismo non si rivolgeva agli oppressi, ma ai dominatori per convincerli a rinunziare alle loro ricchezze per il bene comune e si credeva di raggiungere questo scopo con una ostinata predicazione della dottrina evangelica. Sorsero uomini, giornali e gruppi. Fior una letteratura cristiano-sociale in cui predominava un esagerato ottimismo al riguardo della natura dell'uomo. Si fecero degli esperimenti comunistici al Texas, Cabet ide un comunismo icarico, Owen ridusse in una trinit le cause del male (propriet privata, religione positiva, indissolubilit del matrimonio), Weitling credeva che liberatore dell'umanit sarebbe stato un nuovo Messia che sarebbe venuto a spargere la buona novella; Fourier aspettava colla fede ingenua d'un apostolo tutti i giorni dal mezzogiorno all'una il buon capitalista che gli avrebbe portato il denaro sufficiente alla costruzione del primo falansterio.
Ci che caratterizza questa prima forma di socialismo  una sconfinata sottovalutazione della forza avversaria.  puerile credere che i ricchi possano spogliarsi dei loro beni cedendo alla semplice predicazione della virt. - La storia non offre esempi del genere. Una classe non rinuncia ai suoi privilegi se non quando vi  costretta. Il bel gesto della nobilt francese, la notte del 4 agosto, fu dettato anzi imposto dalla paura del pericolo imminente.
Ora Marx fa giustizia del socialismo utopistico delle scuole francesi e inglesi. Egli non si rivolge ai dominatori, bens ai dominati e a questi come classe che ha una determinata missione storica. Il socialismo critico mira appunto a dare al proletariato la coscienza di questa missione. La questione sociale sar risolta solo colla soppressione del rapporto capitalistico-proletario e non coi palliativi dei filantropi. La classe operaia non cerchi altrove i mezzi per redimersi. Non aspetti i Messia. Lotti colle proprie forze. "L'emancipazione dei lavoratori dev'essere opera dei lavoratori stessi!". Questo grido che comprende la nozione scientifica del socialismo inaugurata da Marx nel Manifesto dei Comunisti  in istretta relazione col determinismo economico o materialismo storico, altro punto capitale delle teorie marxiste. Si  spesso rimproverato ai socialisti di fare una questione di ventre. I Don Chisciotte dell'idealismo non hanno mai perdonato a Marx di porre nell'interesse materiale la molla principale delle azioni umane e di considerare tutte le superstrutture ideologiche della societ (arte, religione, morale) come il riflesso e il portato delle condizioni economiche e pi precisamente del modo di produzione economico.
La vacuit pedante dell'ideologia ha chiamato Marx "ignobile materialista". E sia. Ma la stessa ideologia ufficiale non  per ancor giunta ad infirmare la semplice constatazione di fatto che l'uomo  un animale essenzialmente egoista e prima di fare delle statue, di dipingere dei quadri, di scrivere dei libri, di comporre magari dei saggi trattati di morale, soddisfa i suoi primordiali bisogni: mangia, beve, si procura un riparo, lotta coi suoi fratelli per la conquista del pane. Ed  questa lotta colle sue particolarit, i suoi pericoli, le sue sorprese, le sue innumerevoli vittime, questa dolorosa lotta millenaria che oggi ancora non riesce a dissimulare completamente la sua tragica necessit,  questa lotta che modella la coscienza degli uomini attraverso le loro concezioni politiche, artistiche, religiose, morali. Esaminate tutti i movimenti del pensiero umano e troverete che furono "determinati" da motivi economici e profani. Il cristianesimo non fa eccezione. Cos il socialismo - come movimento d'idee e come negazione rivoluzionaria - non poteva sorgere se non coll'avvento del modo di produzione capitalistico. Intanto le nuove condizioni dell'economia determinano il proletariato che tradurr in atto le finalit teoriche del socialismo. Con quale mezzo? Colla lotta di classe. Gli interessi del proletariato sono antagonistici a quelli della borghesia.
Tra queste due classi nessun accordo  possibile. Una di esse deve sparire. La meno forte sar "eliminata". La lotta di classe  dunque una questione di "forza". Gli operai devono accumulare questa "forza" che assicurer loro la vittoria finale e per accumularla devono unirsi.
La lotta finale sar violenta, "catastrofica", poich i capitalisti non rinunceranno volontariamente al loro potere economico e politico. E in questo caso un periodo pi o meno lungo di violenza accompagner il passaggio dal modo di produzione borghese al modo di produzione su basi comuniste.
...
Con questo articolo non ho certo la pretesa di aver dato un riassunto completo della dottrina marxista. Mi basta di averla schizzata specie in quelle parti che ancora oggi magnificamente resistono alla critica degli avversari e dei compagni.
Sono passati venticinque anni dalla morte di Marx - Mohr - come lo chiamavano i profughi tedeschi - dorme il sonno che non ha risveglio in un cimitero dei suburbi londinesi. Ogni anno nella ricorrenza del XIV marzo, dei grandi mazzi di garofani rossi vengono gettati sulla sua tomba. E il proletariato di tutti i paesi volge reverente il pensiero alla memoria dell'uomo che alla causa degli oppressi sacr tutte le sue energie e colla purissima fiamma di un ideale di giustizia, di fraternit e di pace, illumin la lenta ascesa verso nuove e pi elette forme di vita.
BENITO MUSSOLINI
Da La Lima, N. 10, 14 marzo 1908.
Pubblicato anche su La Lotta di Classe, N. 10, 12 marzo 1910.
 SOCIALISMO E SOCIALISTI
Or distruggiam. De i secoli
Lo strato  su'l pensiero:
O pochi e forti, a l'opera,
Ch ne' profondi  il vero.
Odio di dei Prometeo,
Arridi a' figli tuoi.
Solcati ancor dal fulmine
Pur l'avvenir siam noi.
G. CARDUCCI (Dopo Aspromonte).
I.
Leonardo da Vinci, lo spirito multiforme e meraviglioso che tutto il Rinascimento esprime in una sintesi di bellezza e di forza, Leonardo da Vinci affermava che per amare un'idea bisogna conoscerla. Per amare il socialismo non basta la superficiale professione di fede di molti compagni, per amare il socialismo bisogna conoscerlo, studiarlo, seguirlo nelle sue manifestazioni pratiche, nei suoi atteggiamenti dottrinali, per amare il socialismo bisogna vivere della sua vita.
Credere per atto sentimentale, significa avere una fede religiosa; credere per atto volitivo e ragionato significa avere la fede degli spiriti liberi, la fede cosciente che non s'illude, n mente a se stessa o agli altri.  necessario tendere a fare del socialismo una fede ragionata. I tempi ci sembrano maturi. Il disagio generale di tutti i partiti socialisti non proviene solamente dalle deficienze riscontrate nella dottrina o dalle incoerenze dell'attivit pratica; v' una causa d'ordine morale sulla quale richiamiamo l'attenzione dei lettori: il socialismo  stato troppo creduto e poco spiegato.
Parecchi di coloro che oggi fanno una comoda professione di scetticismo, tutti gli "sfiduciati" che si ritirano sull'Aventino non appena giungono a constatare che uno sciopero  fallito, che un Consiglio comunale non funziona, che un "capo socialista" non segue le regole del Galateo sovversivo - i novissimi filistei del nostro movimento hanno bevuto il socialismo a forti dosi: hanno "troppo creduto" colla fede cieca e dogmatica di tutti i religiosi e gli entusiasmi facili dei primi tempi dovevano necessariamente condurre alla crisi attuale. No. Credere non basta, bisogna ragionare. A quelli che ci gridano: "Credete!", noi rispondiamo, "Dimostrate!". Spiriti irrequieti, ricercatori, noi gettiamo le idee - tutte le idee - nella nostra fucina intellettuale - e dal blocco impuro - attraverso l'aspra fatica e la fiamma purificatrice della nostra passione - sorge l'idea liberata da tutti gli elementi eterogenei - l'idea che noi amiamo e per la quale siamo disposti a qualunque sacrificio e senza paure e senza rimpianto. Il socialismo noi lo comprendiamo e lo amiamo cos. Noi lo vogliamo spogliare di tutto il romantismo umanitario e cristiano, e del semplicismo dei piccoli-borghesi riformatori, abbandoniamo ai poeti le immaginarie ricostruzioni sociali del futuro, esula dalla nostra nozione socialista tutto ci che  superfluo, vago, indeterminato, arbitrario e non resiste all'urto della critica.
Questo duro travaglio di selezione di ci che  vivo e di ci che  morto ci conduce alla nozione "dinamica" del socialismo. Il socialismo "diviene". Oggi  una successiva, graduale, cosciente accumulazione di forza nel seno della classe proletaria, domani sar la manifestazione creatrice di questa forza nella realizzazione storica di nuovi rapporti sociali che segneranno la definitiva scomparsa dello sfruttamento dell'uomo sull'uomo.
II.
Ma prima di procedere oltre noi vogliamo domandare a tutti i piccoli e grandi denigratori del movimento socialista, a tutti coloro che non sanno o non vogliono distinguere socialismo da partito socialista, a tutti i superficiali pennivendoli che ad ogni crisi di uomini cantano la esequie dell'idea: dove, in questi venti secoli di storia cristiana, un movimento d'idee paragonabile al socialismo?
Il protestantesimo, forse?  una riforma religiosa e la sua azione si limita ai popoli anglo-sassoni.
L'illuminismo di A. Weishaupt? La sua influenza non esorbita dai confini della setta.
L'enciclopedismo che precede la Rivoluzione francese?  il vangelo politico di una classe che ha bisogno di demolire clero e nobilt per sostituire all'antica una nuova forma di oppressione economica e spirituale.
Il liberismo economico e politico della prima met del secolo scorso? Finisce in una produzione letteraria che ha vissuto sui libri oggi dimenticati.
L'unit delle patrie? Problema nazionale che non ha commosso o lo ha fatto in tenue misura le masse dei lavoratori della terra.
La democrazia, la repubblica? Un commercio al dettaglio, secondo l'acuta definizione di Ibsen.
Dopo il cristianesimo possiamo affermare che il socialismo  l'unico movimento universale d'idee. Il socialismo  penetrato presso tutti i popoli della terra,  l'anima del pensiero contemporaneo nelle sue pi geniali manifestazioni filosofiche e artistiche, ha invaso il libro, il teatro, la strada, ha riabilitato l'uomo sostituendo al concetto evangelico della rinuncia, il concetto rivoluzionario della conquista, alla lotta per la vita, l'intesa per la vita; ha demolito la nozione di una "provvidenza" ultramondana, e di un "privilegio" terreno; il socialismo  l'inevitabile negazione della borghesia,  l'anticristo per Papa Sarto, la minaccia oscura per Disraeli, la preoccupazione dei governi e l'unica, la grande, la luminosa speranza di tutti gli oppressi!
Come ci sembrate microbi o innumeri scrittori di tutta la gazzetteria forcaiola, quando ci parlate della fine del socialismo!
III.
Dimostrato che il socialismo ha in se stesso le ragioni della propria vitalit, noi comprenderemo tre elementi della nozione di socialismo: un elemento dottrinale, uno pratico, uno ideale. Teoria, azione, scopo.
Questo criterio che ci sembra esatto, ci servir nei prossimi articoli a studiare le tendenze del socialismo contemporaneo allo scopo di sostituire alla fede sentimentale, la fede ragionata, la fede che non si esalta, n si avvilisce.
Ci accingiamo all'opera con animo lieto. A voi o compagni diciamo una cosa sola: Seguiteci e meditate!
VERO ERETICO
Da La Lima, N. 19, 16 maggio 1908, XVI.
 SOCIALISMO E SOCIALISTI
I.
Nell'articolo di introduzione pubblicato sulla Lima del 16 maggio, abbiamo stabilito che tre elementi concorrono a formare la nozione di socialismo: un elemento dottrinale, uno pratico, uno ideale. Oggi ci occuperemo del primo.
 in Francia che noi troviamo sulla fine del secolo XVIII e il principio del XIX una specie di letteratura socialista. Gi gli scrittori dell'Enciclopedia ci offrono degli accenni di nuove dottrine economiche unitamente a bizzarri piani di rigenerazione sociale. Jaurs nel primo volume della sua Histoire Socialiste mette Barnave, un rappresentante del terzo Stato, tra i diretti precursori di Marx.
Gian Giacomo Rousseau attacca il principio di propriet privata, lo dichiara causa dell'infelicit degli uomini, e preconizza il ritorno alla societ naturale. Caio Gracco Baboeuf [sic] tenta nel 1796 colla Cospirazione degli Eguali di creare un'appendice comunista alla rivoluzione francese, ma la borghesia che il 14 giugno del 1791 aveva votato la legge Chapelier contro le coalizioni operaie, manda alla ghigliottina Baboeuf e ne disperde i seguaci.
In tutti gli scrittori di quell'epoca notiamo la preoccupazione della questione sociale. Epper manca la dottrina completa, armonica, sintetica che risalga alle cause vere del generale disagio e additi i mezzi della liberazione. Solo colla diffusione del sistema di produzione capitalista, solo quando la borghesia ha raggiunto il dominio incontrastato del mondo e caccia nell'ombra le classi che l'hanno preceduta; solo allora le teorie caotiche dei novatori lasciano il posto a concezioni dottrinali che prendono le mosse dalla realt dei nuovi rapporti economici.
Carlo Marx  il pi grande teorico del Socialismo. Di lui abbiamo parlato nel 25 anniversario della sua morte (Lima, 14 marzo, c. a.). Il marxismo  la dottrina scientifica della rivoluzione di classe,  la critica all'economia che diventa consapevolezza della propria forza da parte dei lavoratori,  la proclamazione prima della scienza e della volont del proletariato il quale "inizia la sua conquista del mondo economico" e si libera dalla condizione di dover lavorare agli ordini e pel beneficio di altri uomini. Ammettiamo coi "critici socialisti" di Marx che alcune nozioni della sua economia siano errate, ma non ci uniamo al coro equivoco di quelli che proclamano la bancarotta totale del marxismo. Altrove ne abbiamo detto il perch. (Vedi Lima del 14 marzo).
II.
 solo coll'avvento del capitalismo che si rende possibile la nascita e lo sviluppo di una letteratura socialista. Quali ne saranno i caratteri? Anzitutto la descrizione tecnica, analitica del nuovo modo di produzione economica, e lo studio delle sue conseguenze politiche e morali. Engels ci ha lasciato un'opera di grande valore: La condizione delle classi lavoratrici in Inghilterra che appartiene come del resto anche buona parte del Capitale a questo primo momento della letteratura socialista. Dalla constatazione del nuovo ordine di cose, i pensatori socialisti si rivolgono alle cause, quindi additano i rimedi e i mezzi per attuarli. Sorgono i sistemi socialisti - l'ideale - il socialismo e i risultati dell'indagine dottrinale diventano dominio del proletariato che deve "negare" la societ borghese. Gli operai hanno un vago concetto della loro missione, della loro importanza, e sopratutto della loro forza. Sentono di essere sfruttati, ma non si spiegano n come n perch.  il pensiero socialista che attraverso il giornale, l'opuscolo, il libro, scende fra le grandi agglomerazioni dei proletari e li fa consci del loro diritto.  il pensiero socialista che dopo aver fissato le leggi dello sviluppo della borghesia, dimostra l'ineluttabilit del trionfo della classe lavoratrice.  il pensiero socialista che d un'anima agli oppressi e vi determina nuove concezioni ideali e per conseguenza una diversa condotta pratica.  il pensiero socialista che mette la scienza a contatto immediato col mondo del lavoro ed eleva il livello generale della cultura. Ci detto, invitiamo i banditori dell'anti-intellettualismo a leggere bene attentamente il discorso pronunciato da Ferdinando Lassalle poco tempo prima della sua morte all'"Associazione generale degli operai tedeschi".
III.
Le nazioni che hanno maggiormente contribuito alla formazione di una letteratura-dottrinale socialista sono la Francia, la Germania e l'Inghilterra. E si comprende facilmente qualora si pensi che in queste nazioni il capitalismo col suo tipo di societ industriale-bancaria conta ormai un secolo di vita.
L'Italia ha dato pochissimo. Il libro Cinquant'anni di socialismo  stato scritto da un avvocato con evidente scopo editoriale e il Capitale - l'opera massima dell'economia marxista -  stato volgarizzato da un poeta. L'assoluta mancanza o quasi di cultura socialista, ci spiega la superficialit della nostra condotta come partito. Si ingannano i "pratici" che non attribuiscono veruna importanza all'elemento teorico-dottrinale nella vita del socialismo.  la cultura,  la sua massima diffusione, quella che deve preparare l'anima nuova,  la cultura che ci dar l'elemento umano capace di sollevarsi dalla vita bestiale di tutti i giorni, capace di comprendere la bellezza di un'idea e di interessarsi ai grandi problemi. L'influenza della letteratura socialista sar ancor maggiore quando l'operaio si volger al libro come ad un amico fedele e cercher di raggiungere l'elevazione della propria intelligenza e la liberazione dalla schiavit dello spirito.  con questo sforzo voluto e cosciente che la classe lavoratrice segner una nuova e luminosa epoca nella storia del genere umano.
VERO ERETICO
Da La Lima, N. 21, 30 maggio 1908. XVI.
 TI SVIRGOLO!!!
Ecco la frase, anzi la locuzione verbale per cui sono stato condannato a tre mesi di reclusione. Amici, rasserenatevi! La storia  esilarante e meriterebbe di essere verseggiata nel latino dell'immortale Folengo o Cocaio.
Nel pomeriggio del 18 luglio 1908, gli animali, le piante, i campi e l'onde non presentavano nulla di particolare. Non preciso l'ora. Noi, selvaggi, di giorno guardiamo il sole, di notte consultiamo la costellazione della Chioccia. Gli astronomi che mi hanno iniziato, assicurano che non si sbaglia mai pi di due ore. Potevano dunque essere le quattro.
Capitai sulla strada mentre un noto incettatore, organizzatore di krumiri, apostrofava un gruppo di braccianti. Quando mi pass vicino gli dissi: "Ti svirgolo!". Io avevo un bastone ma non lo alzai perch il krumiro non fece parola e continu la via.
Alla sera fui arrestato e tradotto colla scorta di mezzo squadrone di cavalleggeri a Forl! Questa premura straordinaria della mia incolumit personale, mi "commoveva". La notturna cavalcata aveva del romantico. Mi sembrava di essere diventato improvvisamente celebre e - mi perdoni l'audacia il sommo Giove - mi paragonavo a quel mio quasi omonimo calabrese che studia il greco a Portolongone. A un certo punto ci fermammo. Si udiva uno strano rumore. Era il ponte di Calanca che rideva, rideva, rideva... Lo scalpitar dei cavalli svegli i buoni forlivesi. Dalle porte e dalle finestre spuntavano i nasi e pi ancora gli occhi si aguzzavano
Come vecchio sartor fa nella cruna!
...
Atto secondo. Seduta per direttissima al Tribunale.
Il P. M. dichiara che io sono sufficientemente malfattore e chiede sei mesi di detenzione, 1000 lire di multa, danni e spese. Il Tribunale mi condanna a tre mesi di reclusione, danni e spese, ordina la restituzione del bastone sequestrato, mi esclude dal beneficio della legge del perdono.
La Corte d'Appello di Bologna accoglie - previa cauzione - la mia domanda di libert provvisoria e dopo 15 giorni di villeggiatura lascio il Cellulare.
Morale. La sentenza del Tribunale di Forl ha "sbalordito" anche gli avversari. L'enorme montatura poliziesca voleva avere una sanzione penale ed ha raggiunto lo scopo. Io ne sono lieto. Per me, per noi eretici, il carcere  una "virgola". In tutti i tempi e in molti luoghi gli eretici hanno conosciuto le carezze dei dominatori. Un proverbio russo dice che un uomo pu dirsi tale solo dopo 6 anni di ginnasio, 4 di universit, 2 di carcere.
Sono lieto della condanna perch dimostra ancora una volta la connivenza sinistra fra questura e magistratura. No, la Giustizia non  come poeti e pittori - incorreggibili monelli - rappresentano. Non  la bella Temi dei pagani:  una vecchia ciondolona che si prostituisce al primo venuto purch appartenga alla polizia, a questa ignobile accozzaglia di gente venduta.
Alle fiamme, il Codice!
BENITO MUSSOLINI
Da La Lima, N. 31, 8 agosto 1908, XVI.
 LA FILOSOFIA DELLA FORZA
 (Postille alla conferenza dell'on. Treves)
I.
Pi che trattare di una Filosofia della Forza, e cio di una filosofia che abbia qual nucleo centrale e irradiatore una ben determinata nozione di forza - la conferenza dell'on. Treves  stata una chiara, sintetica, brillante esposizione delle teorie di Federico Nietzsche. Treves sa che il Wille zur Macht  un punto cardinale della filosofia nietzschiana, ma ci sembrerebbe inesatto affermare che a quell'unica nozione possano ridursi tutte le idee di Nietzsche. Non si pu definire questa filosofia, poich il poeta di Zarathustra non ci ha lasciato un sistema. Ci che v' di caduco, di sterile, di negativo in tutte le filosofie  precisamente il "sistema", questa costruzione ideale, spesse volte arbitraria e illogica, tale da dover essere interpretata come una confessione, un mito, una tragedia, un poema.
Nietzsche non ha mai dato una forma schematica alle sue meditazioni. Era troppo francese, troppo meridionale, troppo "mediterraneo" per "costringere" le speculazioni novatrici del suo pensiero nei quadri di una pesante trattazione scolastica. Ma creatore di sistemi filosofici o no, Nietzsche  pur sempre lo spirito pi geniale dell'ultimo quarto del secolo scorso e profondissima  stata la influenza delle sue teoriche. Per qualche tempo gli artisti di tutti i paesi, da Ibsen a D'Annunzio, hanno seguito le orme Nietzschiane. Gli individualisti un po' sazi della rigidit dell'evangelio stirneriano si sono volti ansiosi a Zarathustra e nella filosofia dell'Illuminato trovano il germe e la ragione di ogni rivolta e di ogni atteggiamento morale e politico. Non mancano gli imbecilli che chiamano super-umanismo, certo equivoco dandysmo da efebi e invocano la solita "torre d'avorio" per celare a chi sa essere osservatore il vuoto spaventoso delle loro scatole craniche. Infine - per completare il quadro - ecco i filosofi salariati che hanno la religione del 27 del mese - gli accademici - questi goffi rappresentanti della scienza ufficiale - che scongiurano la giovinezza di non cedere alle lusinghe dei nuovi pensatori liberi, dal momento che Federico Nietzsche, capo riconosciuto di questi homines novi, ha passato gli ultimi anni della sua vita nelle tenebre della pazzia. Nietzsche  dunque l'uomo pi discusso dei giorni nostri. L'uomo, ho detto, perch in questo caso  l'uomo appunto che pu spiegarci il grande enigma.
II.
Ci permetta l'on. Treves di aggiungere qualche cosa a quanto egli disse, e cominciamo dallo Stato.
Per Stirner, per Nietzsche e per tutti coloro che Trck nel suo Der geniale Mensch chiama gli "Antisofi dell'egoismo", lo Stato  l'oppressione organizzata ai danni dell'individuo. Ma come  sorto lo Stato? Forse in seguito a un Contratto Sociale come Rousseau e i suoi illusi seguaci pretendevano? No. Nietzsche nella sua Zur Genealogie der Moral (pag. 71 e seg.) ci descrive la genesi dello Stato.
" un branco di biondi animali da preda -  una razza di signori e di conquistatori che si getta sulle popolazioni limitrofe, disorganizzate, deboli, nomadi.  una violenza compiuta da uomini che - nella e per la loro organizzazione guerresca, non hanno il concetto di riguardo al prossimo, di responsabilit, di colpa. Il loro egoismo di forti non ammette limitazioni. Essi sentono la pienezza della loro vita e la tensione delle loro energie sol quando possano stritolare un altro essere umano. Lungi dal comprimerlo essi danno libero sfogo al loro primordiale istinto di crudelt. La loro divisa  la parola d'ordine dell'orientale setta degli assassini. Nulla esiste, tutto  permesso. E aggiungono: veder soffrire fa bene, far soffrire fa meglio".
Tuttavia, un principio di solidariet governa le relazioni di questi biondi animali da preda. Anche i conquistatori obbediscono alle disposizioni che la collettivit prende per salvaguardare gli interessi supremi della casta e questa pu dirsi una prima limitazione della volont individuale. Non solo i guerrieri si "costringono" a una rigida disciplina - manifestazione e prova di una preesistente solidariet d'interessi, ma sono forzati a risparmiare e a proteggere gli schiavi che producono i materiali mezzi di vita. Non basta creare delle nuove tavole di valori morali, bisogna anche umilmente produrre il pane. L'unico non pu dunque mai essere "unico" nel senso stirneriano della parola, ch la fatale legge della solidariet lo piega e lo vince. L'istinto di socievolezza , secondo Darwin, inerente alla natura stessa dell'uomo. Non si concepisce un individuo che possa vivere avulso dall'infinita catena degli esseri. Nietzsche sentiva la "fatalit" di questa che potrebbe dirsi legge della solidariet universale e per uscire dalla contraddizione, il superuomo Nietzschiano - l'eroe Nietzschiano il guerriero saggio e implacabile - costretto a risparmiarsi all'interno - scatena la sua volont di potenza all'esterno e la tragica grandezza delle sue imprese fornisce ai poeti - per qualche tempo ancora - materia degna di conto.
Ma con la guerra e la conquista esterna, si allarga il cerchio della solidariet positiva fra i dominatori, negativa verso i dominati. Nietzsche  nuovamente afferrato dalla contraddizione: o il superuomo  "unico" e non obbedisce a leggi - o ammette delle limitazioni al suo arbitrio individuale e allora rientra nella mandra. Davanti a questo dilemma Nietzsche immagina che la societ rovini e crepiti come un gigantesco fuoco d'artificio. Nell'orgia della palingenesi finale l'unico osa finalmente di essere "unico" contro tutto e contro tutti! A questo punto della storia (Al di l del Bene e del Male - pag. 236 e seg. edizione tedesca) si rallenta la formidabile tensione. D'un colpo la costrizione della vecchia disciplina si spezza: se volesse sussistere non lo potrebbe che sotto forma di lusso, di gusto arcaico. La variazione, sia come trasformazione in qualche cosa di pi alto, di pi fino, di pi raro - sia come degenerazione e mostruosit  d'improvviso sulla scena in tutta la sua pienezza e il suo splendore: l'unico osa di essere unico e di appartarsi dal resto.  il momento storico in cui si mostrano vicini l'uno all'altro e talvolta l'un coll'altro superposti e ingrovigliati sforzi multipli e superbi di elevazione e di crescenza. Una specie di "tempo" tropicale e una meravigliosa corsa alla caduta e all'abisso grazie agli egoismi rivolti selvaggiamente gli uni contro gli altri esplodenti nello stesso tempo, egoismi che lottano insieme per il sole e la luce e non sanno ormai pi trovare n limite, n freno, n moderazione nella morale fino allora regnante. Fu questa stessa morale che ha accumulato la forza sino all'enormit, che ha teso l'arco in modo s minaccioso; ora essa  superata, sar vissuta. Si  raggiunto lo stadio pericoloso e critico in cui la vita pi grande esorbita dai confini della vecchia morale. L'individuo  l: forzato a darsi una propria legge - l'arte e la sagacia della propria elevazione, conservazione, liberazione. Pi nessuna formula generale - la caduta, la corruzione e i pi alti desideri orribilmente intrecciati - il genio della razza straripante da tutte le coppe del bene e del male - una simultaneit fatale della primavera e dell'autunno piena di nuove attrazioni e di misteri che sono proprii della corruzione giovane non ancora sazia e spossata. Di nuovo sorge il pericolo - il padre della morale - il grande pericolo - questa volta trasportato nell'individuo, nel prossimo, nell'amico, nella strada, nel proprio figlio, nel proprio cuore, in tutto ci che v' di pi personale e di pi segreto in quanto a desideri e volont. I filosofi moralisti che sorgeranno in quel tempo che cosa avranno da predicare? Questi acuti osservatori scopriranno che tutto  ben presto finito - che tutto intorno a loro perisce e fa perire, corrompe e fa corrompere - che nulla dura sino posdomani, eccetto una specie di uomini "irrimediabilmente mediocri". Solo i mediocri hanno la prospettiva di continuarsi, di transvegetare - essi sono gli uomini dell'avvenire, gli unici superstiti: Siate come loro! Diventate mediocri! grida ormai la sola morale che ha ancora senso, che trova ancora auditori. Ma  difficile da predicare la "morale della mediocrit", essa non pu giammai confessare chi  e che cosa vuole.
 dunque in una specie di caos, in una gigantesca Cariddi che sprofonda l'organizzazione statale della casta aristocratica. E questo epilogo  determinato dal fatto che quando l'uomo non pu pi calpestare, sacrificare, annientare il proprio simile - volge le armi contro se stesso e trova nella sua volontaria eliminazione dalla scena del mondo l'abisso e la cima del proprio ideale, oppure diventa mediocre, cio filantropo, umanitario, altruista...  allora che la tavola dei valori morali s'"inverte" e sorgono gli ideali ascetici delle religioni buddista e cristiana. La morale degli schiavi finisce per avvelenare la gioia del tramonto alle vecchie caste - e i deboli trionfano sui forti e i pallidi giudei sfasciano Roma. - Ci che era buono diventa cattivo. I deboli, i vinti, gli afflitti, i diseredati, gli avariati fisicamente e psicologicamente hanno una buona volta il coraggio di proclamare la superiorit della loro debolezza, della loro miseria, della loro vilt! Lieti della loro ignominia terrestre che gli far bene accetti nel regno de' cieli, gli schiavi traggono dopo secoli di servaggio la loro grande vendetta. E i forti ruinano. Ma perch questa ruina  possibile?
Come avviene che gli uomini "duri" di Federico Nietzsche - gli uomini che sanno vivere al di l del bene e del male - gli uomini dalla vigilante tenacia, dall'impassibile crudelt - dall'anima abituata alle grandi altezze del pensiero e alle diuturne difficolt dell'azione, come avviene che possano ruinare davanti a una sollevazione di schiavi? L'inversione dei valori morali compiuta dagli schiavi, come pu togliere le ragioni di vita ai signori? Sono o non sono, i signori, al disopra di quella morale?
III.
L'inversione dei valori morali  stata l'opera capitale del popolo ebreo. I palestinici hanno vinto i loro secolari nemici rovesciandone le tavole dei valori morali.  stato un atto di vendetta spirituale conforme al temperamento sacerdotale del popolo ebreo. Treves ricord questa colpa - se cos pu dirsi, che Nietzsche getta sulla nazione errante e melanconica - ma dimentic di far risaltare che nel pensiero Nietzschiano  precisamente Ges di Nazareth lo strumento, forse inconscio, della vendetta spirituale della sua razza e della conseguente inversione dei valori morali. Altrove Nietzsche ci parla di un Ges assetato d'amore - dell'amore degli uomini - di un Ges che subisce l'onta estrema del Calvario per dare una prova immortale del suo amore per il genere umano.  il Ges di Pietro Nahor - uno Jesus, squisito temperamento visionario - iniziato da Kuwcamithra asceta indiano - ai misteri e alle dottrine della religione d'oriente - Jesus - dotato di una straordinaria energia nervosa per cui facile gli riesce suggestionare la folla degli umili che a lui convengono sulle rive del Giordano; Jesus che s'avvia al sacrificio - serenamente e umanamente - nella certezza intima che cos vuole l'Eterna Saggezza. Ma in questo Redentore si personifica - secondo Nietzsche - la spirituale vendetta degli schiavi. Ed ecco come si esprime l'autore di Zarathustra a pagina 14 della sua Zar Genealogie der Moral (Ediz. tedesca).
"Questo Ges di Nazareth, quale incarnato evangelio dell'Amore, questo Redentore arrecante ai poveri, agli ammalati, ai peccatori la beatitudine e il trionfo, non  il traviamento nella sua forma pi sospetta e irresistibile conducente all'ebraico rinnovamento dell'Ideale? Israele stesso non ha forse, col giro vizioso di questo Redentore, di questo apparente avversario e dissolvitore d'Israele, raggiunto l'ultimo scopo della sua sublime vendetta? E non appartiene forse a una segreta, tenebrosa arte di una veramente grande politica della vendetta, di una vendetta prelungoveggente, precalcolatrice e sotterranea, che Israele stesso abbia inchiodato alla croce e calunniato innanzi al mondo qual nemico mortale l'unico strumento della propria vendetta, affinch tutto il mondo, cio tutti gli avversari d'Israele, potessero senza esitazione mordere a quell'esca?".
E dell'esca cristiana, molti si cibarono. Lo prova una storia ormai due volte millenaria.
"Il popolo ha trionfato, cio gli schiavi, cio la plebe, cio il gregge o come vi piacer chiamarlo e se ci  avvenuto per opera degli Ebrei - ebbene, pu dirsi che nessun popolo al mondo ebbe una missione storica cos universale! I "signori" sono liquidati: la morale dell' "uomo comune" ha trionfato. La liberazione del genere umano  a buon punto - tutto si giudaizza, cristianizza, plebeizza e questo processo dell'avvelenamento attraverso il corpo dell'Umanit sembra irresistibile". (Op. Cit. pag. 15).
Colla caduta di Roma, scompare una societ di dominatori - l'unica forse - da che gli uomini lasciarono ai posteri memoria degli avvenimenti che si svolsero sulla superficie del nostro pianeta. E Roma sent nell'Ebreo qualche cosa come la contro-natura stessa, come il suo antitetico mostro - (Op. Cit. pag. 34). Ma chi riport le palme della vittoria in questa lotta suprema? Roma o Giuda?
"Per saperlo - aggiunge tristemente Nietzsche - basta guardare davanti a chi come alla sintesi dei pi alti valori ci s'inchina oggi in Roma, e non solo in Roma, ma dovunque l'uomo  addomesticato o vuol diventarlo - davanti a tre ebrei e a un'ebrea: Ges di Nazareth, il pescatore Pietro, il fabbricante di tappeti Paolo e Maria, la madre di Ges".
Nietzsche  ancora e sempre decisamente anticristiano. Altrove ha proclamato il cristianesimo l'immortale stigmata d'obbrobrio dell'umanit. Nel libro Cos parl Zarathustra (Edit. Bocca - Torino) troviamo questi versi che a qualcuno sembreranno strani e che ci piace ad ogni modo di riportare:
Nel primo anno, cred'io, di grazia, un d
La Sibilla ebbra, e non di vin, cos
Parl "le cose volgon molto male
Mai cadde il mondo in basso in guisa tale!"
Iddio si fece ebreo, imbesti
Cesare, e Roma putta divent.
Per comprendere questo feroce anticristianismo Nietzschiano, dobbiamo esaminare alcun poco il "mondo interno" di Nietzsche. Egli era profondamente antitedesco. Negli ultimi tempi immagin un albero genealogico della sua famiglia in cui gli antenati erano nobili polacchi - Nietzschy - da cui il verdeutscht Nietzsche. La gravit teutonica e il mercantilismo inglese erano ugualmente indigesti all'autore di Zarathustra. Forse il suo Anticristo  l'ultimo portato di una violenta reazione contro la Germania feudale, pedante, cristiana. In faccia al popolo che beve colla stessa avidit insaziata e la birra e la Bibbia - in faccia ai lattiginosi teologi del Nord - Nietzsche proclama la bancarotta divina e scioglie un inno per chi sar cos "uomo" da diventare "l'assassino di Dio". Gi prima di lui, un altro genio egualmente antitedesco, consigliava gli uomini di lasciare il paradiso agli angeli e ai passeri e di amare la terra che deve dare a tutti i figli suoi e rose e mirti e bellezza e piaceri e piselli, piselli dolci non appena si sgranano i gusci.
Ma un'altra ragione ben pi profonda inspirava a Nietzsche la sua campagna anticristiana. Col cristianesimo  la morale della rinuncia e della rassegnazione che trionfa. Al diritto del pi forte - base granitica della civilt romana - succede l'amore del prossimo e la piet. Dal giorno in cui Massenzio vide le sue legioni sgominate sulle rive del Tevere e Costantino trionfante; dal giorno in cui sui labari di guerra fiammeggi la croce - i vecchi iddii abbandonarono i loro templi, un soffio di morte spense la giocondit dell'olimpo pagano, e il Nazzareno dalle rosse chiome ascese il Campidoglio. Quando Giuliano l'apostata volle tentare un ritorno all'ellenismo, era ormai troppo tardi. E per 20 secoli la follia cristiana ha imperversato. Non pi il riso, la gaiezza del vivere, la serenit del morire, la lotta, la conquista; ma lunghe teorie di peccatori dai nervi sfiniti, dalle anime angosciate, dai corpi lacerati attraverso il cilicio, la penitenza, la flagellazione - uomini che alla vita non chiedevano se non la preparazione per il pauroso e misterioso al di l. L'amore del prossimo ha dato venti secoli di guerre, i terrori dell'inquisizione, le fiamme dei roghi e sopratutto - non dimenticatelo! - l'europeo moderno, questo mostriciattolo gonfio della propria irrimediabile mediocrit, dall'anima incapace di "fortemente volere", non abbastanza reazionario per difendere il passato feudale, non abbastanza ribelle per giungere alle estreme conseguenze della rivoluzione, piccino in ogni suo atto e superbo del sistema rappresentativo che chiama la grande conquista del secolo, dal momento che permette una vasta politica a base di clientele elettorali e l'appagamento delle inconfessabili vanit.
L'europeo moderno colla sua coscienza inquieta e torbida - ecco il risultato di venti secoli di cristianesimo. Le teorie egualitarie degli ultimi filosofastri della felicit umana ecco le nozioni che si svolgono ancora nell'orbita della vecchia ideologia dei nazzareni.
"Dovunque oggi si predica la piet, l'amore del prossimo, la compassione - lo spirito libero trover degli illusi e dei deboli. Solo chi patisce pu compatire. Ahim! le peggiori follie non furono forse sempre quelle dei pietosi? E che cosa ha recato tanto danno al mondo quanto le pazzie dei pietosi? Guai a coloro che amano e non sanno elevarsi oltre la loro compassione. Una volta il demonio mi disse: "Anche Dio ha il suo inferno che  il suo amore per gli uomini". E di recente lo intesi soggiungere queste parole: "Dio  morto per la sua compassione verso gli uomini"". (Cos parl Zarathustra).
Affrancarsi dal cristianesimo, significa affrancarsi dalla piet - dal concetto della lacrimarum valle, e ritornare alla gioia della vita.
"O fratelli miei voi avete troppo scarsamente goduto; ecco il vostro peccato originale! Ma il grande meriggio della redenzione non  lontano: esso risplender quando l'uomo si trover nel mezzo del suo cammino fra il bruto e il super-uomo e celebrer il suo tramonto quale la sua maggiore speranza; giacch questo tramonto sar l'annuncio di una nuova aurora. Il perituro benedir allora [se] stesso, lieto di essere uno che passa oltre; il sole della sua conoscenza splender di luce meridiana: Morti son tutti gli Dei; ora vogliamo che il superuomo viva!".
IV.
Il "superuomo" ecco la grande creazione Nietzschiana. Qual impulso segreto, quale interna rivolta hanno suggerito al solitario professore di lingue antiche dell'universit di Basilea questa superba nozione?
Forse il tedium vitae... della nostra vita. Della vita quale si svolge nelle odierne societ civili dove l'irrimediabile mediocrit trionfa a danno della pianta-uomo.
E Nietzsche suona la diana di un prossimo ritorno all'ideale. Ma a un ideale diverso fondamentalmente da quelli in cui hanno creduto le generazioni passate. Per comprenderlo, verr una nuova specie di "liberi spiriti" fortificati nella guerra, nella solitudine, nel grande pericolo, spiriti che conosceranno il vento, i ghiacci, le nevi delle alte montagne e sapranno misurare con occhio sereno tutta la profondit degli abissi - spiriti dotati di un genere di sublime perversit - spiriti che ci libereranno dall'amore del prossimo, dalla volont del nulla ridonando alla terra il suo scopo e agli uomini le loro speranze - spiriti nuovi, liberi, molto liberi che trionferanno su Dio e sul Nulla!
Ma di questi "liberatori" non v' pur anco traccia nel seno delle nostre societ. Anche quelli che si credono liberi da ogni "ideale ascetico" come gli atei, gli anticristiani, gli immoralisti, i nichilisti, sono per Nietzsche gli "ultimi idealisti" della conoscenza. Essi non sono "spiriti liberi" perch credono ancora nella verit e la verit li riporti a Dio.
Chiedete - esclama Nietzsche - ci che serve ad una maggiore espansione della vita, prima di dichiarare la verit cosa divina e la menzogna arte diabolica. Nulla  vero, tutto  permesso! Questa sar la divisa della nuova generazione. L'apoteosi dell'egoismo - ecco l'opera cui dedicheranno ogni energia gli "spiriti molto liberi" di Federico Nietzsche. E sotto ai loro martellamenti furiosi  probabile che qualche anima si foggi secondo le norme della nuova dottrina. Il superuomo sar. Ne troviamo una descrizione a pag. 179 di Cos parl Zarathustra.
"Il superuomo sputa in volto a ogni usanza servile. Esso chiama cattivo tutto ci che  curvo e basso: gli occhi che ammiccano paurosi, i cuori oppressi e quel contegno falso e arrendevole, che bacia colle labbra larghe e codarde. E di falsa saggezza esso d nome a tutto ci che i servi e i vecchi e gli stanchi stillano faticosamente dai loro cervelli e specialmente a tutta la follia religiosa, malvagia, insolente, oltre ogni limite astuta. Ma i falsi savi, i preti tutti, gli stanchi della vita, e coloro che hanno anime di femmine o di servi, quanto male hanno sempre recato all'egoismo!... Ma a chi proclama perfettamente santo l'io e beato l'egoismo, un profeta invero cos insegna: "Ecco viene, ecco  prossimo il grande meriggio!"".
E il grande meriggio verr quando l'uomo avr fatto gettito di tutti gli scrupoli metafisici e ascetici e si sar spogliato di ogni abito servile. Il super-uomo nietzschiano non  forse una delle tante manifestazioni d'anticristianesimo cos frequenti da formare quasi il substrato di questa che Treves ha chiamato "Filosofia della forza"?
Il Cristianesimo ha detto: Beati i poveri, i buoni, i giusti, i sofferenti. Nietzsche grida: Maledetti i buoni, maledetti siano i giusti! Il superuomo! ecco ci che mi sta a cuore: Questo  il mio solo pensiero - non l'uomo, non il prossimo, non il pi povero, non il pi sofferente, non il pi buono. Il cristianesimo ha detto: Mortificatevi! Nietzsche: Godete! La morale cristiana insegna a "rinunciare"; il superuomo nietzschiano vuole invece "conquistare". Il verbo di Ges reca tristizia e, per usare un'espressione del poeta di Odi barbare - cruccia gli uomini e contamina l'aria - Nietzsche per contro vuole apprendere agli uomini la gioia, l'arte del ridere, l'arte della danza con piede leggero al suono dei violini e vuole che il ridere degli uomini sia dionisiaco e li faccia partecipi della natura degli dei. La pi grande virt del cristiano  la "rassegnazione". Il superuomo non conosce che la rivolta. Tutto ci che esiste dev'essere abolito! Infine v' nella predicazione evangelica un concetto che doveva ripugnare a Nietzsche. La parusia, cio la fine del mondo. Cristo non parlava forse a dei contemporanei riservati ad una fine miracolosa e prossima? Non precisava l'ora, ma avvertiva i discepoli suoi con queste parole: Tenetevi pronti! A che giovava dunque costruire qualche cosa sulla terra? Tutto passa. O uomini preparatevi a una buona morte ond'essere degni della destra di Dio.
Quando questa nozione deprimente diviene legge morale - la vita si converte in una "vegetazione". Ogni stimolo cessa - l'aculeo angoscioso ma salutare della ricerca si spezza. L'uomo si esercita al mimetismo dei vili che si fingono morti per lasciare ad altri la tragedia del pericolo. Ed ogni nuova conquista  un pericolo e una tragedia! Nel cristianesimo il superuomo  impossibile. Come potrebbe il cristiano superare se stesso, senza abbattere il suo Dio? Poich, come poeticamente Nietzsche si esprime, l'uomo  cosa che dev'essere oltrepassata... l'uomo  un ponte, non una meta... egli deve chiamar se stesso beato per il suo meriggio e per la sua sera onde gli  segnato il cammino a nuove aurore... comporre in armoniosa unit ci che nell'uomo  frammento e mistero e terribile caso... Redimere il passato nell'uomo  creare nuovamente tutto ci che fu, sino a tanto che la volont possa dire "Ma cos io volli! Cos io vorr!" (Cos parl Zarathustra).
Questa volont di potenza che si esplica nella creazione di nuovi valori morali o artistici o sociali - d uno scopo alla vita. Qui Nietzsche fraternizza spiritualmente con Guyau. L'autore dell'Irrligion de l'avenir ha lasciato questa massima profonda. "La vie ne peut se maintenir qu' la condition de se rpandre. Vivre ce n'est pas calculer - c'est agir". E Nietzsche: Creare! ecco la grande redenzione dai dolori e il conforto della vita.
Il cristianesimo grida: siate buoni! Amatevi come fratelli! Proteggete i deboli, rialzate i caduti, consolate i dolenti!...
Nietzsche insegna: A ci che sta per cadere bisogna dare un urto. Colui al quale non potete insegnare di volare, spingetelo perch cada pi presto. O uomini siate duri!
V.
Ma il superuomo - questo essere che "superer" l'uomo come l'uomo ha "superato" la scimmia - dovr combattere contro due nemici: la Plebe e Dio.
Contro quest'ultimo la lotta non sar pericolosa. Dio non  forse morto? E se non  morto  senza dubbio condannato all'impotenza.
A pagina 171 di Cos parl Zarathustra Nietzsche ci racconta allegramente la morte degli dei:
"La loro fine non fu un lento crepuscolo: il dir questo  menzogna! Morirono essi un bel giorno per il troppo ridere. E ci avvenne il d che un iddio pronunci la pi atea delle parole: questa: Esiste un solo Dio e tu non avrai altro Dio avanti di me! Un vecchio nume barbuto, arcigno, invidioso pot obliarsi a tal segno! E tutti gli dei scoppiarono allora dalle risa sui loro troni esclamando: "Non consiste forse in ci la divinit - che vi sono gli dei, ma nessun Dio?"".
La plebe offrir ostacoli maggiori allo sviluppo del superuomo. La plebe sufficiente [sic] cristianizzata e umanitaria, non comprender mai che possa essere necessario un maggior grado di malvagit perch prosperi il superuomo.
"La plebe colla sua lunga teoria delle piccole virt, non sa ci che sin grande e diritto e schietto - la plebe che senza sua colpa  sempre storpia, sempre menzognera"
Tuttavia il superuomo trionfer sulla plebe e su Dio. Egli imporr a tutti la sua "volont leonina".
VI.
Per l'on. Treves il superuomo  una specie di figurazione simbolica dell'adolescenza. Fra il superuomo e il fanciullo v' identit psicologica. Questa interpretazione mi sembra troppo assoluta. Non  possibile di stabilire l'equazione superuomo-fanciullo senza deformare da una parte la realt delle cose e dall'altra le conseguenze di una dottrina. La quale non  come Treves afferma: "un superbo esempio di arresto di sviluppo intellettuale". Nietzsche era un poeta e la sua opera  il poema eroico della sua vita. N vi manca la catastrofe... Il superuomo  un simbolo,  l'esponente di questo periodo angoscioso e tragico di crisi che attraversa la coscienza europea nella ricerca di nuove fonti di piacere, di bellezza, d'ideale.  la constatazione della nostra debolezza, ma nel contempo la speranza della nostra redenzione.  il tramonto -  l'aurora. E sopratutto un inno alla vita - alla vita vissuta con tutte le energie in una tensione continua verso qualche cosa di pi alto, di pi fino, di pi tentatore...
"O fratelli, sono mille i sentieri che nessuno ancora ha calcati. Mille i porti e le isole nascoste della vita. Inesausti e inesplorati sono ancor sempre l'uomo e la terra umana!".
MUSSOLINI BENITO
Da Il Pensiero Romagnolo, Nn. 48, 49, 50; 29 novembre, 6 e 13 dicembre 1908.
 CENTENARIO DARWINIANO
Darwin e Marx sono i pensatori pi importanti del secolo XIX. La loro vita  contemporanea e la loro opera - sebbene in diversi campi -  una lotta contro la tradizione, l'autorit, il dogma.
L'anno 1859 in cui Darwin pubblica il suo libro Su la formazione delle specie animali, segna una data memorabile nella storia del pensiero umano. Dopo la rivoluzione copernicana, che sconvolse i cieli biblici e tolemaici, dopo Galileo e Newton, nessun'altra dottrina ha avuto portata maggiore di quella del grande naturalista inglese.
Come sempre, anche Darwin ha dei precursori. Molti filosofi greci ammisero un successivo sviluppo degli esseri che migrano di forma in forma sempre pi eletta. - Cos fra i romani: il poema di Lucrezio De Rerum Natura pu dirsi il primo grido del trasformismo. Nel medio evo quasi tutti gli eletti sacrificati dalla chiesa, ritennero l'uomo la pi alta espressione cui fossero giunte le specie inferiori animali. Giulio Cesare Vanini, che quale ateo e materialista fu arso vivo sulla piazza di Tolosa, affermava che i fenomeni naturali, compresi quelli degli organismi, devono essere spiegati con cause naturali (esclusione quindi assoluta di una qualsiasi provvidenza extra pi o meno divina) e che l'uomo deriva dalle scimmie ed ha pi o meno lontana parentela coi mammiferi quadrupedi.
Buffon nel suo famoso Dialogue avec un philosophe indien avanzava l'ipotesi che gli uomini derivassero per lenta trasformazione dai pesci.
Ma  solo con Geoffroy Saint-Hilaire che il trasformismo appare. Questo pensatore insigne si domand nel suo Trait de Tratologie (studio delle mostruosit umane) la ragione delle anomalie negli organismi e defin il mostro come un arresto di sviluppo, cio un essere met adulto e met embrione.
Questa spiegazione capovolse tutta la teoria biblica e cuveriana delle specie a caratteri fissi. Ma il grande e fino a pochi anni or sono ignorato precursore di Darwin [] Lamarck. Nella sua Philosophie Zoologique pubblicata nel 1909, Lamarck svilupp e sostenne l'idea che tutti gli animali - non eccettuato l'uomo - derivano da altre specie anteriori. Ma questa dottrina pass inosservata e un contemporaneo poteva chiamare Lamarck "un uomo che aveva passato molti anni a studiare i vermi e i bruchi dei dintorni di Parigi".
I principii dei darwinismo possono ridursi a tre: 1. Variazione spontanea, per caso, favorevole o sfavorevole nella concorrenza vitale. 2. Lotta per l'esistenza che serve a fissare i caratteri favorevoli, le variazioni cio che hanno contribuito alla vittoria degli individui che ne erano dotati. 3. Selezione naturale dei non adatti.
Questi principii offrono il fianco a molte critiche. Quello della variazione spontanea, dovuta al caso,  insufficiente e non  appoggiato dalla totalit dei fatti osservati. Cos nella lotta per l'esistenza non sono sempre i pi deboli che scompaiono, ma spesso i forti che soccombono negli impeti della loro audacia. Le variazioni spontanee poi non producono delle nuove specie. A modificare la dottrina darwiniana sorsero in questi ultimi anni i neo-lamarchiani, i quali eliminano il caso che entra nella variazione spontanea darwiniana e sostengono che la "coscienza" come volont  presente in ogni fenomeno di variazione. La lotta per l'esistenza, lotta ammessa dagli avversari,  pur sempre il centro del darwinismo. Per i darwinisti il mondo  un vasto campo di battaglia dove ogni organismo lotta per la sua esistenza e felicit contro gli agenti esterni (clima, suolo). Contro agenti di gruppi diversi (microrganismi che attentano ai suoi tessuti) contro individui della propria specie.
Quest'ultima affermazione ci porta al concetto della lotta di classe che Marx ha posto a base del socialismo. Lotta che assumer varie forme a seconda dei tempi e dei luoghi, ma sempre esistente finch si avranno individui che presentano gli stessi caratteri, gli stessi bisogni, e le stesse necessit di soddisfacimento e trovano l'ambiente ostile.
Gli avversari del socialismo si appoggiano - male interpretandolo - al darwinismo, per negare la possibilit di un assetto sociale in cui l'uomo non sia pi lupo per l'altro uomo. Ma essi dimenticano che la lotta per l'esistenza cambia e che da lotta di interessi materiali - combattuta con mezzi di violenza - diverr lotta d'interessi spirituali, combattuta coi mezzi civili della discussione, della ricerca, della persuasione. Oggi, afferma Spencer, siamo in un periodo di trapasso fra la vecchia societ a base di oppressione singola e collettiva, e la nuova societ ordinata secondo giustizia. Non  lontano il giorno in cui alla "lotta" per la vita, succeder l'"intesa", l'"accordo" per la vita.
Con questo augurio, con questa speranza, ricordiamo oggi il primo centenario della nascita di Darwin.
MUSSOLINI BENITO
Da Il Popolo, N. 2628, 11 febbraio 1909, X.
 LA COMUNE DI PARIGI
18 Marzo-24 Maggio 1871
"La Rivoluzione  morta, viva la Rivoluzione!". Con queste parole Carlo Marx salutava l'agonia e il tramonto della prima grande e sanguinosa insurrezione proletaria. L'agitatore di Treviri aveva valutato tutta l'importanza storica della Comune. Ben potevano i filosofi delle cattedre, i giornalisti dei fondi segreti, i patriotti nazionalisti, i timorosi uomini benpensanti, gli assertori della "morale", vilipendere gli operai di Parigi - ma dall'immane sacrificio sorse la Repubblica di Francia, la Repubblica che ha potuto ai nostri giorni fiaccare il militarismo, disperdere la "congregazione".
Noi non possiamo dire quali siano state le cause principali del movimento meraviglioso. Accanto a motivi ideologici, quale il patriottismo del popolo di Parigi, vi erano necessit materiali come la "legge sulle scadenze" che aveva colpito migliaia e migliaia di persone; accanto alla predicazione socialista (ricordiamo che Proudhon  morto nel 1868) gli orrori della carestia e dell'assedio esasperavano la popolazione dei sobborghi; le infamie dell'impero (colpo di stato 1 e 2 dicembre 1851 - guerra disastrosa del '70 - reazione politica) avevano suscitato tutte le collere: dopo l'ultima rovina, Parigi sentiva il bisogno materiale di insorgere a difesa della sua dignit calpestata prima dai Bonaparte, minacciata ora dalla repubblica di Thiers, Favre e compagni.
Il colpo tentato nella notte dal 17 al 18 marzo col quale i consorti repubblicani miravano a impadronirsi dei cannoni posti sulle colline di Montmartre, non fu che l'episodio iniziatore, la scintilla suscitatrice d'incendio. Il popolo, svegliato dalla "generale" rintuzz l'attacco notturno, disperse i gendarmi, discese verso i quartieri del centro, costrinse Thiers e i suoi impiegati a fuggire a Versaglia. Parigi era libera! E quella prima giornata rivoluzionaria non fece vittime, ad eccezione dei due generali Lecomte e Thomas, ben noti alla folla per la loro ferocia militarista.
Le elezioni del 26 marzo confermarono l'autonomo reggimento di Parigi e la Comune venne proclamata. Gli uomini che ne erano alla direzione, usciti dal popolo, rivelarono di aver tutte le capacit per amministrare la cosa pubblica, quantunque non fossero diplomati dalle Accademie della borghesia. Il primo periodo della Comune fu legislativo. Si votarono molti provvedimenti di indole amministrativa, sociale, militare. Citiamo: abolizione della coscrizione - separazione della chiesa e dello stato, con confisca a vantaggio della Comune, dei beni di mano morta - interdizione del cumulo degli impieghi - abolizione della procedura ordinaria penale - attribuzione degli opifici abbandonati alle associazioni operaie, dopo inchiesta - aumento dello stipendio ai maestri - demolizione della Colonna Vendme - abolizione delle multe e delle ritenute negli uffici - soppressione del giuramento politico e professionale - nomina di una commissione d'iniziativa per le riforme sociali - apertura in ogni ufficio municipale di un registro di domande e di offerte di lavoro - soppressione del lavoro notturno nei forni.
Dopo la dichiarazione della guerra civile da parte dei Versagliesi, parecchi dei decreti votati dalla Comune rimasero lettera morta. Le necessit militari assorbirono tutte le energie. Dal 2 aprile all'ultima settimana di maggio si combatt l'ineguale battaglia; ineguale perch i versagliesi disponevano di un esercito regolare, agguerrito, pi forte di numero, mentre Parigi era difesa da volontari capaci di grandi eroismi, ma insofferenti per le loro stesse convinzioni politiche della disciplina militare. A nulla valsero i tentativi di conciliazione (memorabile, fra gli altri, quello compiuto dalle Loggie di Parigi della Massoneria Universale). L'Assemblea di Versaglia aveva sete di sangue, Thiers gridava: "Uccidete i lupi, le lupe e i lupicini! Abbandonatevi allo sterminio, o soldati dell'ordine! Date un esempio alla plebe vile, un salutare e sanguinoso esempio!".
Dal 23 al 29 maggio si tentarono dai Comunisti le difese estreme dentro Parigi. I versagliesi valicarono le barricate, solo dopo averne ucciso tutti i difensori e allora si assist alla pi grande orgia di massacro che ricordi la storia. La reazione delle classi abbienti romane contro i superstiti degli schiavi che avevano seguito Spartaco, reazione che culmin nella crocifissione di 6000 schiavi lungo la via Appia; le feroci repressioni medioevali dei Faques e dei contadini di Vestfaglia (1525-1535-36); le orribili quattro giornate del giugno 1848, non si prestano che debolmente al paragone colla selvaggia barbarie dei difensori dell'ordine del 1871. Non solo si fucilarono in massa gli uomini sorpresi colle armi alla mano o in qualche modo sospetti, ma non si risparmiarono i vecchi e le donne; non si ebbe piet dei fanciulli! E quelli che poterono sfuggire al massacro, conobbero le prolungate agonie dei lavori forzati.
Cos nel sangue la Comune mor.
Sangue fecondo, sangue che ci  sacro. Il miglior modo di commemorare la Comune,  quello di raccoglierne gli insegnamenti, di prolungarne la efficacia storica, di dimostrare, che malgrado le piccole vilt dell'oggi, noi vogliamo che i 36.000 operai caduti difendendo la Comune non restino invendicati.
BENITO MUSSOLINI
Da L'Avvenire del Lavoratore, N. 12, 27 marzo 1909, V. Pubblicato anche su La Lotta di Classe, N. 11, 19 marzo 1910, I.
 "LA VOCE"
Non si tratta di quella di un cantante, o di quella di un tribuno:  il titolo di un giornale che esce dagli ultimi dello scorso Dicembre in Firenze ed  diretto da Giuseppe Prezzolini. Non parlerei di questa rassegna, se rassomigliasse a tutte le altre, e fosse cio di una di quelle riviste democraticamente chiamate di "cultura generale" che danno quel minimum di nozioni necessarie a brillare nell'articolo di quinta colonna, nella conversazione di salotto e anche sulla cattedra dell'universit popolare. Ci spiega ad esempio il successo editoriale della Lettura in Italia, della Die Woche in Germania, della Je sais tout in Francia e la scarsa diffusione della Voce.
Il numero dei compratori, la tiratura, non bastano per a darvi il valore intrinseco di un giornale.
Chi scrive  forse l'unico lettore della Voce in tutto il Trentino. Ma chiunque voglia conoscere gli atteggiamenti spirituali pi nuovi e pi profondi della coltura italiana contemporanea, chiunque voglia - nei limiti delle sue forze - cooperare al rinnovamento dell'anima italiana e preparare veramente la Terza Italia, deve leggere La Voce, conoscere questa pubblicazione che per gli uomini e le idee  l'appendice del Leonardo. Qualcuno spero ricorder il Leonardo. Una rivista che s'intitola: rivista d'idee; e a questo programma tenne sino all'ultimo fede. Nelle pagine del Leonardo, si faceva (ho usato di proposito il verbo fare) della filosofia, che non era la vecchia pulzellona degli addottorati accademici piena di acciacchi, di contraddizioni, di vilt, n la "fanciulla da poco rame" dei novissimi "muli di Parnaso" colla lor soma ben carica di positivismo comptiano e di evoluzionismo sociale spenceriano, n "l'eterea diva" trascendentale e sterile di tutti i solitari rinchiusi "nella torre d'avorio" delle loro costruzioni verbali. Una filosofia dell'azione, una filosofia pragmatista. Essa raccoglieva il grido di Guyau: "Vivre ce n'est pas calculer, c'est agir". Basta collo studiare il mondo, occorre trasformarlo. Questa filosofia non cullava ma spronava - non accarezzava ma flagellava - non riformava ma demoliva. I suoi difensori non avevano scrupoli, ritegni, rispetto umano nell'assolvere il compito impostosi, e non risparmiavano i colpi n ai morti n ai vivi. Parecchie celebrit e passate e presenti sono state svesciate dalle comode nicchie dove avevano ottenuto o aspettavano fiduciose la glorificazione ultima. V' stato allora nel palude della coltura italica - per qualche momento - una specie di "pronunciamento" di tutte le rane e di molte oche e di non poche biscie acquatiche. Queste ultime sono ricorse alla calunnia contro agli uomini; le rane invece - dopo a un primo violento gracidare di protesta e d'indignazione - hanno ordito la congiura del silenzio, le oche non hanno capito.
Il Leonardo si proponeva di togliere dalla vita spirituale italiana quell'equivoco che i sovversivi si proponevano, almeno una volta, di togliere dalla vita politica. Era la lotta contro "la richiesta di mediocrit, il gusto del livellamento, l'amore delle altezze che non levano il respiro e non fanno palpitare il cuore, contro ai grandi programmi e le piccole realt". Era la lotta contro l'Italia che vuole "gli orari con grandi velocit e i treni con grandi ritardi; i quadri d'esercito numerosi, le campagne spopolate, le leggi sociali risonanti e la miseria continua; i paradossi purch moderati; il socialismo, ma riformato; il moderatismo, ma senza forca; il cattolicismo senza inquisizione. Contro i gusti eclettici dell'eunuchismo mediocre, combattevano i leonardisti". E fu una buona battaglia.
Il mondo accademico e coloro che rappresentano la coltura ufficiale dello Stato, dopo al primo stordimento, e alle prime collere, tacquero. Le scudisciate bruciavano, ma erano ben date. Si cerc d'isolare coloro che un paffutello giornalista di provincia chiamava - bont sua! - genialoidi del cenacolo "leonardiano". Si prefer non discutere le loro idee. Si volle con una finzione squisitamente piccolo-borghese e tutta italiana, ignorare le loro opere.
Oggi  forse impossibile valutare l'influenza avuta dai leonardiani, sugli spiriti della giovent italica. Il futuro e speriamolo prossimo, attester che quella magnifica esplosione di forze non  andata perduta. Intanto ecco La Voce che continua la via. Vi scrivono Prezzolini, Papini e molti altri del Leonardo.
Se voi mi chiedeste le biografie di costoro, non sarei in grado di appagare la vostra curiosit. Che io mi sappia, n il Prezzolini, direttore della Voce, n il suo pi attivo compagno di lavoro Papini, hanno pubblicato il solito libro di memorie personali, l'autobiografia colla quale molti dei contemporanei rinverdiscono le frasche della loro celebrit, non trascurando l'occasione di farsi una opportuna rclame. Io non conosco Prezzolini e non l'ho mai visto neppure in effigie, non so dove sia nato, quanti anni abbia e che professione eserciti, dato che ne abbia una catalogabile nell'apposita finca di un bollettino di Stato Civile. Non mi sono mai interessato di chiedere quali scuole abbia frequentato e quanti titoli possegga. A me non importa proprio nulla di sapere, per esempio, se Prezzolini sia ammogliato con prole o no. Mi ripugnano coloro che speculano sulle intimit degli uomini in vista e non posso non ridere del grosso pubblico che si guarda bene dal leggere i libri, ma si vergognerebbe di non conoscere la vita degli autori in tutti i suoi pi insignificanti, episodici, banali dettagli, dal nome e colore della nutrice, ai titoli e dote della moglie, dagli amici del caff ai mobili della stanza da letto o ai particolari del camerino da bagno.
Conosco Prezzolini non per "fama", perch la sciocca e vile cospirazione del silenzio attorno a lui ed all'opera sua non  peranco cessata, ma attraverso i suoi libri, attraverso le manifestazioni del suo ingegno versatile, profondo, fattivo. Gli uomini "seri" quotati, potranno rimproverare a Prezzolini - qualche volta - un manco di misura nell'espressione, non mai l'insincerit nel concetto. Meglio ad ogni modo l'esuberanza di un intelletto che si sente forte per tentare i voli dell'aquila nelle regioni del pensiero, piuttosto che la stitichezza impotente dell'animale dannato a rader la terra. Bisogna esser violenti se si vuole "svecchiare" le anime e rinnovare gli ideali della vita. Non  conducendo a spasso con un campanellin d'argento i montoni e le pecorelle belanti dell'Arcadia attraverso i giardinetti della letteratura paesana, che si pu giungere a dare contenuto e forza alle nostre manifestazioni poetiche ed artistiche. Non  coll'accarezzare o coll'adulare o col mentire che rinnoveremo la pubblica e la privata moralit. Non  col sottoporsi a padroni - spirituali o no - che si prepara una societ di uomini liberi. Non basta l'educazione per creare una coltura, non basta un programma - anche massimo - per formare un partito, non basta un glorioso passato a giustificare un presente sotto ogni rapporto basso e volgare, non basta l'unit politica di una nazione ad assegnarle una missione nella storia del mondo, se non v' l'unit psicologica che saldi le volont e diriga gli sforzi. La vita intellettuale italiana manca di coraggio: ebbene La Voce cercher d'infonderlo: essa aiuter a risolvere "il terribile problema" che si pone davanti all'anima nazionale: "o avere il coraggio di creare la terza grande Italia, l'Italia non dei papi, n degli imperatori, ma l'Italia dei pensatori, l'Italia che finora non  esistita - o non lasciare dietro di s che una scia di mediocrit subito dileguata con un colpo di vento". Ecco il programma della Voce.
Tentativo superbo che, se da una parte ha suscitato entusiasmi e speranze, dall'altra ha incontrato un'opposizione sorda, condotta cogli stessi metodi e forse dagli stessi individui cui riusciva molesto il Leonardo.  la solita piccola guerra che si muove da tutti coloro che temono per le proprie fame usurpate o posti o titoli o cariche contro gli uomini che possono essere spregiudicati dal momento che non chiedono cattedre al Ministero dell'Istruzione Pubblica, articoli laudatori ai giornalisti, suffragi agli elettori, applausi alle Assemblee, sussidi dai librai, ospitalit dalle signore "coltivate e non... seminate" come dice Papini, e sanno di aver dell'ingegno, della cultura, della penetrazione, della volont, dell'audacia.
Mi auguro che La Voce continui a squillare per un pezzo. Comunque La Voce ha dimostrato e dimostra che  possibile anche in Italia di far della politica senza prendere la parola d'ordine da un partito, o, peggio, sovvenzioni dai fondi segreti o dalle societ protettrici della sedicente lingua italiana, o dalle clientele elettorali; di far della critica d'arte senza chiedere il permesso ai monelli della galleria, alle dame dei salotti o ai diversi conti Ottavio dei magni giornali quotidiani - di far della filosofia senza curvare la schiena ai numi delle chiesuole accademiche che affidano le loro profonde elaborazioni alle lievi - oh quanto! - dispense universitarie.
Per questo, raccomando alle persone che s'interessano alle sorti della cultura italiana, la lettura della Voce.
Trento.
BENITO MUSSOLINI
Da Vita Trentina, fasc. 13, 3 aprile 1909, VII.
MEDAGLIONI BORGHESI
 LO SPECULATORE
Si alza presto al mattino. L'affare lo spinge fuori di casa non appena albeggia. Il suo campo d'azione  la Borsa. Qui trova i suoi complici, i suoi rivali, qui combatte le sue dure battaglie, qui vive tutta la sua vita in una rapidissima vicenda alterna di ansie, di dubbi, di speranze, di sconfitte e di vittorie. La sua fronte  bassa, sfuggente, il suo occhio  piccolo, acuto - qualche volta ha dei scintillamenti vitrei, feroci, spaventevoli. Il denaro - l'auri sacra fames - ha inciso su quel volto le stigmate dell'avventuriero, del senza scrupoli che nella Borsa, nel mondo degli affari non ha un tremito di piet nel liquidare un rivale modesto o nell'ordire un colpo sicuro. Quest'uomo che sembra all'occhio superficiale dell'osservatore un essere completamente innocuo, quest'uomo regolare - che ha una famiglia e rincasa presto la sera - quest'uomo ha qualche volta nelle mani i destini di centinaia e migliaia d'individui ch'egli con un sol gesto pu arricchire o piombare nella miseria. Lo speculatore stende i suoi tentacoli su tutte le estrinsecazioni dell'energia umana nel bene e nel male. Egli cava denaro da una guerra, sia vittoriosa o vinta la nazione alla quale appartiene - una sventura nazionale non arresta la sua furia di animale predatore. Il suo cuore non si commuove - al sentimento ha sostituito il freddo calcolo - alla poesia la cifra - all'arte il prezzo dell'opera in contanti. Specula sulle case ed ecco migliaia d'inquilini che alzano le braccia al cielo, nella visione dell'usciere che viene a gettare le masserizie nel mezzo della strada - si getta sul grano ed ecco i poveri che devono ridurre la razione del pane quotidiano come nei tempi di carestia - si getta sul vino e vi avvelena il prossimo.
Lo speculatore azzarda il grande gioco. Le poste qualche volta sono enormi.
Perdere, significa spesso morire. Perci la speculazione lo assorbe anche nei momenti passionali e nei luoghi sacri. Interromper una discussione d'arte per chiedere il prezzo del petrolio - legger il giornale ma solo dal listino dei cambi in gi. Sembrer freddo alla moglie, serio coi bambini, laconico con tutti. Lento nel meditare le vendette, freddo nell'eseguirle - lo speculatore porta nella societ i costumi della macchia e malgrado indossi il frack, ha pi delitti sulla coscienza che qualunque bandito.
 il prodotto tipico della societ borghese. Quando  in auge, tutti lo riveriscono, lo lusingano, lo temono. I giornali dedicano trafiletti laudativi alle sue imprese fortunate, deputati, senatori e anche magistrati si pongono al suo servizio - il popolino lo guarda stupito. Quando rovina, quando dalla ricchezza piomba nella miseria, tutti gli scagliano contro la pietra, ognuno porta l'aculeo per intessergli la corona di spine - i nemici tripudiano attorno alla sua bara e un coro di maledizioni lo accompagner nella fossa.
LO STROZZINO
Nella scala della perversit umana, lo strozzino occupa un livello ancor pi basso. Egli  il corvo che segue i cadaveri della societ borghese,  la iena che li dissotterra per spogliarli. Qualche volta ha la suprema ipocrisia di piangere davanti alle innumerevoli vittime che egli spinge al suicidio - ma non credete alle sue lacrime - lo fa per ingannare voi, noi tutti, il codice, la giustizia, l'umanit.
La grande citt rigetta ogni sera, ogni mattina, centinaia d'individui che attraverso gl'ingranaggi delle sue istituzioni hanno perduto brandelli di carne, di salute, di onore. Sono i miserabili che per una donna discendono tutti i gradini dell'abbiezione, gli infelici che per comperare un gioiello alla superficiale prostituta che li tradisce non esitano a firmare una cambiale falsa. Sono gli indemoniati dalla passione del gioco che escono dalle lunghe veglie attorno al tavolo verde, cogli occhi luccicanti, col passo tremulo, la voce roca, il disgusto nell'anima, il vuoto nelle tasche - la prospettiva del suicidio quale via unica di salvezza. Sono i disgraziati che hanno faticato lungo tutti i calvari del bisogno ed hanno finito per essere crocifissi da un articolo del codice penale - sono gli ingenui, i buoni, gli ottimisti - raggirati da' furbi - spogliati dai malvagi - gettati sul lastrico da un cumulo di palesi e subdole ostilit; sono gli innumeri che colpiti da una sventura non giungono a riaversi, che non arrivano a fronteggiare completamente una scadenza a la banca, o l'impegno con un amico. Tutti quelli insomma che per un motivo o per l'altro ad un dato punto della loro vita debbono consegnarsi nelle mani d'uno strozzino, come un ammalato si consegna al chirurgo.
E lo strozzino vi guarder anzitutto lungamente negli occhi. Vorr che voi gli raccontiate la vostra miseria e dopo che avrete arrossito, dopo che voi avrete pianto di dolore e di vergogna, lo strozzino vi chieder con una voce fredda, tagliente come una lama di Toledo, quali garanzie offrite della vostra solvibilit. Voi sentite che firmando il prestito al 50, al 60, al 100, al 150 per cento -  un laccio orribile che vi mettete al collo - voi sentite di soffocare, ma di fuori v' qualcuno che aspetta, v' una banca che minaccia il protesto, v' un articolo del codice che vi fa tremare, v' un ricattatore che sta per mettervi sulla piattaforma dell'universale disprezzo, vi sono, molte volte, delle persone care che dal vostro lento morire di un'ora, attendono una scintilla di vita... e firmate... Da quel momento voi siete uno schiavo, lo schiavo d'un ignobile predone.
Eppure la legge, la societ attuale, tollera lo strozzinaggio. E tanta  l'ipocrita vilt dell'epoca nostra, che se lo strozzino muore lasciando migliaia di lire a un istituto di beneficenza - non mancheranno "discorsi commoventi" ai funerali e la proposta di un ricordo marmoreo per tramandare ai posteri l'effigie del munifico "filantropo".
Ah! Come sei grande, pura, immacolata, o morale, o santa morale della societ borghese!
M. B.
Da L'Avvenire del Lavoratore, N. 17, 1 maggio 1909, V.
MEDAGLIONI BORGHESI
 IL "VIVEUR"
La parola  francese e non traducibile esattamente in italiano, ma la persona ch'essa designa  internazionale. Il viveur  il parassita per eccellenza - il dissipatore della ricchezza sociale accumulata da altre mani -  l'uomo che non produce nulla, n materialmente, n spiritualmente.
Non cercate il viveur all'alba quando la citt si risveglia e le strade dei sobborghi e dei quartieri poveri risuonano del passo affrettato degli operai che vanno a riprendere la fatica quotidiana, non cercatelo a mezzogiorno quando le strade si gonfiano del flutto della gente che interrompe il lavoro per affollare le mense.
Il viveur  arrivato a letto quando il gallo cantava e, come dice Parini,
a lui soavemente i lumi chiuse
quel gallo che li suole aprire altrui.
Il viveur  andato a letto, quando la sua sveglia suona verso le quattro.  bene allora uscire. L'onore della prima visita spetta al parrucchiere, che con diligenza preclara deve conferire l'ultima moda della piega e del ciuffo, o della scriminatura alle chiome bene spesso rade rade del viveur. Poi una passeggiata a piedi cos - per guardare e per farsi guardare. Dopo la cena, quando le prime ombre della sera calano, incomincia incontrastato il regno del viveur.
La sua corte  il caff, il gran caff sfolgorante di luce, sotto alla quale le procacit nude delle orizzontali s'impongono agli sguardi di tutti; i suoi cortigiani sono gli amici maggiori e minori, i suoi servi sono i camerieri, le serve, il vetturale che curvano ad un cenno la testa e piegano la schiena. Avvicinatevi al tavolo dove il viveur esercita incontrastato il suo dominio e ostenta il suo panciotto fantasia e distende sul marmo la mano carica di anelli!
Allungate le orecchie: Il viveur e i suoi compagni non parlano di politica.  un argomento plebeo. Non si occupano d'arte. La loro incompetenza in questo campo  colossale. Di letteratura forse? Dei passati conoscono Il Tempietto di Venere, dei contemporanei: Le rime di Argia Sbolenfi. Parleranno d'affari... S... d'affari. Ma sono gli affari che ben di rado si concludono alla Borsa. Quasi sempre  lo strozzino che s'incarica di certe difficili partite. L'argomento dei discorso  l'ultima avventura galante, il recente scandalo matrimoniale, una conquista amorosa, una forte perdita sul campo delle corse o attorno al tavolo verde di un bisca clandestina, una fuga, un banchetto, un veglione... Vedete quel piccolo signore calvo, dagli occhietti obliqui, dallo sguardo strisciante che parla a voce bassa?... E il suo vicino alto, secco, dalle lunghe braccia scimmiesche?... E il terzo adolescente, ma dalla fronte gi solcata da rughe precoci, dalle labbra cascanti che non conoscono pi le rose della giovinezza? E quel vecchio dallo sguardo osceno o ripugnante? Una donna seminuda gli titilla il naso bitorzoluto con una piuma... e il lurido vecchio sorride di un sorriso da impotente e da malato...
Sono i viveurs, o folla anonima di miserabili che passi timorosa davanti alle grandi vetrine dei caff e non osi guardar dentro... Sono gli uomini che vivono di notte nei caff, nelle bische, nei postriboli! La loro mente  piccina, ma la loro superbia  baronale. Non hanno idee, non hanno programmi, non Dio. La loro religione  il piacere, non il piacere nobile che d all'organismo un senso di gioia, sibbene il piacere volgare, artificiale, falso, orpellato d'ipocrisie o sgargiante del rosso di tutte le impudenze. E alla mattina, quando l'alba accenna lieve a oriente, i viveurs tornano alle loro case.
In questo modo, o con leggere varianti, passano tutti i giorni e tutta la vita. Non sempre la fortuna li protegge... Molte volte, in pochi anni, molti patrimoni aviti scompaiono, ed ecco allora il viveur costretto a vivere di ripieghi, contentarsi dello scudo che gli amici non immemori gli prestano, a limitare il numero delle sue stanze e dei suoi vestiti, a mangiare alle tavole degli altri... a sentire insomma l'alito freddo di quella triste signora che si chiama Miseria ed ha per figlia la Fame... Vita inutile a s ed agli altri  quella del viveur. Morendo, la penna del giornalista trova sempre per lui una frase d'ipocrisia e si dice: "Il morto era assai noto nei ritrovi mondani della citt".
Il viveur  il prodotto tipico della societ e delle classi che si corrompono, che si dissolvono. Roma conobbe i viveurs forse pi spirituali dei moderni, ma non meno corrotti o degenerati. Oggi i viveurs costituiscono la vegetazione che il fango sociale esprime dal suo seno. E come i viveurs di Roma antica odiavano i nazzareni, i novatori, i cristiani e reclamavano contro la vile plebe l'applicazione integrale delle feroci leggi persecutorie, egualmente i viveurs della borghesia detestano il proletariato, le idee moderne, il progresso, la rivoluzione. Dai viveurs della borghesia, da questa congrega di avventurieri, di bari, di ladri, sono usciti i "pattuglioni dell'ordine" che funzionarono a Bologna durante l'ultimo sciopero generale, sono usciti i "liberi lavoratori" parmensi, i volontari "dell'agraria", i rivoltellatori delle donne, i flagellatori dei bambini, sono usciti i vigliacchissimi che a Milano fischiavano gli operai e li percuotevano, sotto la protezione benevolente delle guardie...
I viveurs sono, a tempo perso, i poliziotti volontari, i pi feroci sostenitori della reazione...
I viveurs di Roma passarono e quelli della borghesia non saranno eterni. Il proletariato ha gi acceso la grande fiamma purificatrice.
MUSSOLINI
Da L'Avvenire del Lavoratore, N. 20, 19 maggio 1909, V.
 LO SCIOPERO GENERALE E LA VIOLENZA
I.
Questo volume che la Casa Editrice Laterza di Bari ha pubblicato da poco tempo, e non aggiunge molto alla rinomanza di Giorgio Sorel,  tuttavia un notevole contributo alla letteratura sindacalista contemporanea. Giorgio Sorel appartiene alla schiera esigua degli scrittori che si leggono volentieri. Come ho detto in altra occasione egli non presenta alla nostra intelligenza dei "sistemi" dottrinali compiuti, ma agita dei "problemi" che ci sforzano a pensare e convertono la nostra posizione di "spettatori" in quella di "attori".
Ho conosciuto Sorel nella Ruine du Monde Antique. Confesso che la prima lettura mi giov poco. Abituato ai manuali dottamente ordinati secondo i precetti della geometria pedagogica e della topografia scolastica, quel volume che ha in fondo ad ogni pagina dozzine di richiami, di note bibliografiche, di postille, quel volume che come tutte le opere soreliane (eccettuata forse L'introduction  l'Economie Moderne) sembra mancare di nesso coordinatore, gett un po' di scompiglio nelle mie consuetudini spirituali. Fu cosa di breve momento. Le letture successive mi familiarizzarono col pensiero e la forma di Sorel e, quel che pi conta, ci avvenne con una parte di mia personale collaborazione. Come nella musica wagneriana [c'] il filo melodico, cos nell'opera di Sorel c' il nesso logico: solo bisogna scoprirlo.
L'ultimo volume di cui mi occupo e che il Sarno ha fedelmente tradotto,  preceduto da una introduzione di Benedetto Croce.  nota la parentela spirituale fra Croce e Sorel. Non  pi il caso di indagare se e in quanto le loro costruzioni dottrinali collimino: v' piuttosto in loro affinit di costumi. Il filosofo abruzzese, come l'ex ingegnere parigino di ponti e strade,  un investigatore che batte vie non solite: entrambi ignorano i mezzi termini, le sapienti manipolazioni verbali, l'alchimia del pensiero, e l'uno e l'altro manifestano lo stesso desiderio di chiarezza, di sincerit, di probit nella ricerca: entrambi avversano il positivismo superficiale come la nebulosit metafisica: tutti e due insegnano agli uomini che la vita  lotta, sacrificio, conquista, un continuo "superare se stessi".
II.
Il volume si apre con la seguente delicatissima dedica:
"Alla memoria - della - compagna - della mia giovinezza - dedico questo libro - ispirato da lei".
Poi segue una lettera introduttiva indirizzata a Daniele Halvy, una prefazione alla prima edizione francese.
Nella lettera di Halvy, il Sorel dichiara:
"Io non sono n professore, n volgarizzatore, e neppure aspirante capo partito; sono un autodidatta che presenta a poche persone i quaderni che hanno servito alla sua propria istruzione. Per 20 anni ho lavorato a disfarmi di ci che avevo ritenuto della mia educazione. Ho fatto muovere la mia curiosit attraverso i libri, da una quindicina d'anni lavoro per apprendere davvero, ma non ho mai trovato chi mi insegnasse ci che volevo sapere. Mi  stato necessario essere il maestro di me stesso e in qualche modo, fare la scuola per me".
E a pagina 8 Sorel rivela il compito ch'egli si  proposto.
"La mia ambizione  di suscitare talvolta la ricerca personale. Forse nell'animo di ogni uomo vive, nascosto dalla cenere, un fuoco vivificatore, tanto pi minacciato di spegnersi quanto lo spirito abbia ricevuto, gi belle e fatte, un maggior numero di teorie. Evocatore  colui che scaccia le ceneri e sprigiona la fiamma".
In questa lettura introduttiva, Sorel sviluppa la teoria "dei miti" in rapporto al mito dello sciopero generale proletario. Secondo Sorel, se le grandi idee hanno trionfato nel mondo, lo si deve al fatto che esse hanno agito nell'animo delle folle come miti, cio come rappresentazioni dell'azione sotto forma di battaglie da cui uscir il trionfo della propria causa. Mito cristiano fu l'apocalisse colla sconfitta definitiva di Satana, mito quello della riforma, quello della rivoluzione francese, quello dei mazziniani. La Giovane Italia fondata dal grande esule genovese ha agito sull'animo degli Italiani come un mito rappresentativo che li spingeva a cospirazioni e battaglie. Cos il mito dello sciopero generale - considerato come la battaglia suprema - d all'operaio la forza di compiere la rivoluzione. Coloro che si oppongono al mito dichiarandolo utopista dimenticano che in tutti i miti c' l'utopia, ma "negli odierni miti rivoluzionari essa quasi manca. Il mito presente spinge gli uomini a prepararsi alla distruzione di ci che esiste; l'utopia ha per effetto di volgere gli spiriti a riforme attuabili spezzettando il sistema".
Il socialismo non  "utopia";  la preparazione delle masse produttrici che vogliono sopprimere lo stato e la propriet. Non si tratta ormai pi di sapere come gli uomini si organizzeranno per godere della felicit futura: tutto si riduce all'"elemento rivoluzionario del proletariato" in vista di un'opera gigantesca.
III.
Perch il socialismo non si corrompa  necessario che non diventi sinonimo di "democrazia"; occorre insomma che esso renda sempre pi profondo l'abisso fra borghesia e proletariato: quell'abisso che la democrazia vorrebbe colmare con alcune formule tolte a prestito dal bagaglio dei sociologi di professione e con alcune riforme che dovrebbero mitigare l'asprezza del dualismo capitalistico proletario e renderlo accettabile, tollerabile in nome del "dovere sociale". Il socialismo se non vuole morire, deve avere il coraggio di essere barbaro. Esso deve agguerrire l'esercito proletario, generalizzare la lotta di classe che  il principio della tattica socialista, tenersi lungi dal parlamentarismo e rifiutare qualunque compromesso, ogni conciliazione. La pratica elettorale ha fatto bancarotta. Il socialismo parlamentare  stato assorbito dalla borghesia. Il fenomeno  particolarmente visibile in Francia, dove parecchi ministri socialisti hanno conquistato i famosi poteri pubblici, senza che il sacrosanto principio della propriet privata sia stato menomamente attaccato. Anzi  stato difeso. Naturalmente i riformisti hanno voltato le carte in tavola ed oggi gridano che bisogna "penetrare" negli ingranaggi statali.
Sorel ricorda che i cristiani non vollero mai "penetrare" nella societ politica di Roma. Cristo fu l'unico Dio che rifiut sempre l'ospitalit del Pantheon pagano.
I socialisti parlamentari ripongono sempre tutte le loro speranze di successo sul fatto della degenerazione borghese. Orbene, a noi sindacalisti questa borghesia timorosa, umanitaria, filantropica, questa borghesia dal "buon cuore" che fa della beneficienza inutile invece di accelerare il ritmo dell'attivit economica, desta un senso di invincibile ripugnanza.
Noi non vogliamo raccogliere il patrimonio della borghesia di un periodo di decadenza. Per gli interessi universali della pianta uomo preferiamo di avere di fronte a noi una classe borghese agguerrita, audace, conscia della propria missione, una borghesia che raggiunge l'apice della sua potenza e cade sotto al colpo decisivo dello sciopero generale. La violenza proletaria, mentre costringe il capitalismo a restare ardente nella lotta industriale e a preoccuparsi della funzione produttrice,  forse il solo mezzo di cui dispongono le nazioni europee, abbrutite dall'umanitarismo, per ritrovare la loro antica vigoria.
Se di fronte ad una borghesia ricca ed avida di conquiste si leva un proletariato unito e rivoluzionario, la societ capitalistica raggiunger la sua perfezione storica.
Il pericolo che minaccia l'avvenire del mondo  appunto in questo storico desiderio di pace ad ogni costo,  in questo abbracciamento universale che vuole sopprimere sotto un'abbondante retorica umanitaria le aspre, irriducibili antitesi nell'ordine dei fatti economici,  in questa borghesia che ha perduto l'antica fede in se stessa, in questo socialismo che si  annegato nel pantano parlamentare. Per evitare questo pericolo occorre che il proletariato realizzi, in quanto  possibile, la concezione di Marx:
"La violenza proletaria, attuata come manifestazione pura e semplice del sentimento della lotta di classe, appare cos molto bella e molto eroica. Essa  al servizio degli interessi fondamentali della civilt; forse non  il mezzo pi adatto per ottenere immediati vantaggi materiali; ma pu salvare il mondo dalla barbarie". (pag. 102).
Tutti coloro che temono la violenza ricorrono col pensiero alle giornate dell'inquisizione, all'epoca del terrore, ai tribunali giacobini, alla ghigliottina permanente.  probabile che una rivoluzione condotta da ideologi, da gente che abbia la professione di pensare per gli altri, nel nostro caso per il proletariato, ristabilisca le antiche feroci procedure penali; ma le violenze proletarie non hanno alcun rapporto con siffatte proscrizioni. Sono puri e semplici atti di guerra e tutto ci che appartiene alla guerra si compie senz'odio e senza spirito di vendetta...; i conflitti sociali prenderanno il carattere di pura lotta, simile a quello delle armate in campagna. Non si possono confondere le violenze sindacaliste usate nel corso degli scioperi da operai che vogliono il rovesciamento dello Stato, cogli atti selvaggi che la superstizione per lo Stato sugger ai rivoluzionari del '93, quando ebbero il potere nelle mani e potettero opprimere i vinti, seguendo i principi che avevano ereditato dalla chiesa e dalla monarchia. Noi abbiamo il diritto di sperare che una rivoluzione socialista condotta da puri sindacalisti non sar macchiata dai fatti abominevoli che macchiarono le rivoluzioni borghesi. (pag. 124-128).
IV.
Sorel fa una distinzione fra forza e violenza, distinzione necessaria per dissipare molti equivoci.
"La forza ha per iscopo di imporre l'organizzazione di un ordine sociale, in cui governi una minoranza: laddove la violenza mira alla distruzione di quell'ordine".
La forza  l'espressione dell'autorit, la violenza  l'espressione della rivolta. La prima  del mondo borghese, l'ultima dell'organizzazione proletaria. La violenza si riassume nello sciopero generale che, come la guerra di libert,  "la manifestazione pi spiccata delle forze individualiste delle masse ribelli". Dall'esercizio della violenza proletaria sgorga quella che il Sorel chiama morale dei produttori, la nuova morale che d vita rigogliosa a uno stato di spirito riboccante d'epicit e tiene tese tutte le energie dell'anima, per realizzare le condizioni in cui possa fondarsi l'opificio degli uomini liberi e ardenti ricercatori del meglio... Alla violenza il socialismo deve gli alti valori morali coi quali porge la salvezza al mondo moderno.
V.
Tutto il volume di Sorel ha una vivace intonazione polemica diretta particolarmente contro i socialisti parlamentari francesi e il capo di essi Giovanni Jaurs. Si vede che queste riflessioni sono nate sotto all'impressione di avvenimenti recenti in cui hanno avuto parte personaggi che noi conosciamo. I rigidi, schematici, pedanti dottrinari, troveranno biasimevole questo polemizzare in un libro d'idee; per noi invece il libro ha un pregio maggiore. Il socialismo contemporaneo delle nazioni latine deve molto a Giorgio Sorel. Attraverso i suoi libri noi siamo giunti a una pi sicura comprensione del marxismo che c'era arrivato dalla Germania in uno stato irriconoscibile. Sfrondando il socialismo di tutto quanto  orpello ideologico ereditato dalla tradizione democratica e giacobina, nonch positivista, la nozione di socialismo "s'identifica con quella di sciopero generale". Il socialismo non  pi un sistema campato in un futuro pi o meno lontano, ma un tirocinio di preparazione rivoluzionaria di tutti i giorni, l'applicazione continua, violenta della lotta di classe. Borghesia e proletariato sono inconfondibili. La prima raggiunge attraverso i prodigi della tecnica e l'espansione coloniale il massimo della sua potenza, l'ultimo si prepara ad espropriarla. L'espropriazione sar il risultato dello sciopero generale il quale avr proprio i caratteri d'un cimento supremo, di una battaglia napoleonica, e come voleva Marx, sar il segno di separazione assoluta fra due epoche della storia.
Questa interpretazione del divenire sociale non ha nulla di comune colle ideologie dei socialisti ufficiali che credono nelle magiche virt della met pi uno. Non sar certo con un voto parlamentare di un'assemblea di avvocati che, come afferma Engels nella citazione riportata da Sorel, la societ "organizzer la produzione sulle basi di un'associazione di produttori liberi ed uguali, trasportando il macchinario statale nel museo d'antichit a lato della ruota e dell'ascia di pietre".
Sar invece con un grande urto in cui le due classi nemiche misureranno le proprie forze in una battaglia decisiva. Quella nozione catastrofica che i riformisti si erano affrettati a dichiarare erronea,  riposta da Sorel nella debita luce e nel suo giusto significato storico. Il socialismo purificato dalla pratica sindacalista, non  pi affare di dilettanti, di sfaccendati, di politicanti. Esso ritorna terribile come agli inizi. Letterati e sentimentali non vi trovan pi posto, l'opera degli intellettuali  accolta solo in quanto si limita a "negare il pensiero borghese in modo da mettere il proletariato in guardia contro un'invasione d'idee e di costumi della classe nemica".
Questo stato di guerra permanente fra borghesia e proletariato, generer nuove energie, nuovi valori morali, uomini nuovi che si avvicineranno agli eroi antichi.
Queste parole di Giorgio Sorel con le quali chiudo le mie note io porgo da meditare ai compagni:  necessario che i socialisti si persuadano che l'opera alla quale si votano  grave, terribile, sublime.
M. B.
Da Il Popolo, N. 2736, 25 giugno 1909, X.
 IL PROLETARIATO HA UN INTERESSE ALLE
CONSERVAZIONI DELLE PATRIE ATTUALI?
Mussolini esordisce ammettendo che il problema della patria oggi  uno dei pi gravi e dei pi angoscianti fra tutti quelli che si presentano alla coscienza socialista. Ma anche qui bisogna far forza a se stessi e giungere alle negazioni estreme che non ammettono equivoci. Conviene col Piscel che la patria sia il pi alto organismo collettivo cui siano giunti i gruppi etnici civili. Ammette che sull'amore di patria, considerato come sentimento,  inutile discutere. Mentre invece  giovevole discutere sul concetto di patria, ed esclusivamente dal punto di vista socialista. Il Mussolini domanda: La borghesia ha patrie? No. Nel campo economico l'attivit capitalistica ha infranto le frontiere e imposto dovunque il suo modo di produzione - nel campo della cultura si  gi realizzato da tempo l'internazionalismo del pensiero.
Gli artisti, i preti, i filosofi hanno abolito le patrie, come i fabbricatori, i mercanti, gli speculatori. Che cosa  la patria per questi ultimi? Il paese dove si pu arricchire. Da chi  rappresentata per loro la patria? Dall'esercito. Nel concetto borghese - patria e militarismo sono la stessa cosa. Il patriottismo socialista  equivoco. Gli operai non hanno nulla da difendere. La propriet? Non ne hanno. La cultura? Moltissimi non videro neppure una scuola. La storia?  patrimonio della classe colta. Perch gli operai che dalla patria non ricevono nulla, debbono tutto alla patria? Denaro, sangue e vita? Individui e moltissimi oggi rinunziano alla patria. I borghesi di tutte le nazioni quando si vogliono divertire si stabiliscono a Parigi; quando si propongono d'arricchire vanno a New York: gli operai poi vendono le loro braccia sui mercati di tutto il mondo. L'industria, il commercio, le invenzioni scientifiche, le assemblee politiche e infine l'organizzazione dei lavoratori abbattono le frontiere.
Orbene, queste devono esistere solo perch una casta di parassiti ha bisogno di far manovrare armi da sterminio. I primi ad abolire la patria sono stati i borghesi. Il patriottismo  un feticcio. La borghesia ha offerto all'adorazione delle turbe un primo feticcio: il parlamentarismo. Ora che questo iddio tramonta, ecco un altro feticcio: il patriottismo. Ma invano ormai, perch il proletariato  antipatriottico per definizione e necessit.
Rimane il caso di una guerra. In questa eventualit i socialisti hanno un solo dovere: la guerra alla frontiera dev'essere il segnale dello sciopero generale, dell'insurrezione, della guerra civile all'interno. Tanto peggio per le istituzioni borghesi. I socialisti non se ne debbono menomamente preoccupare.
Cos i cristiani auguravano la sconfitta agli eserciti di Roma e preparavano lo sfacelo dell'impero. I socialisti non devono temere di proclamarsi barbari. Essi non hanno patria. La patria - nel concetto -  sempre stata negata; dagli stoici che proclamavano l'uomo il cittadino dell'universo, a Cristo che volle esteso il suo regno a tutti gli uomini, dagli umanisti a noi.
Per superare bisogna negare. La nazione ha negato la signoria, la signoria il comune, il comune il feudo, il feudo e la chiesa l'impero, l'umanit nega la nazione dilatandola sino ai confini del mondo. (Il discorso del Mussolini, conciso, serrato, forse un po' troppo elevato, lascia profonda impressione. Il comp. Piscel replica, facendo un'ipotesi. A questo punto interviene il compagno Ambrosi e aggiunge alcune ultime parole il Mussolini).
 LA DISOCCUPAZIONE
Il problema della disoccupazione  forse il pi grave tra quelli che affannano la classe lavoratrice, e quello che costituisce, per la societ intera, il pericolo e il tormento maggiore. Questo fenomeno, che costituisce una specie di malattia incurabile della societ capitalistica, si verifica in tutti i paesi: in quelli a grande densit di popolazione, come il Belgio e l'Italia, ed in quelli a natalit bassissima, come la Francia; nei paesi vecchi e nei paesi giovani come gli Stati Uniti, nella industrialissima Inghilterra e nella semifeudale Russia. Quali sono le sue cause, quale l'estensione, quali i rimedi, sia pure parziali e limitati, che si possono adottare? Il formidabile argomento  trattato in una recentissima pubblicazione dell'avvocato Arnaldo Agnelli (Il problema economico della disoccupazione operaia - Societ editrice libraria; Milano, 1909) che costituisce, a parer nostro, l'opera pi completa e pi razionale che si possieda in materia.
Anzitutto occorrerebbe conoscere con sufficiente esattezza l'estensione del male. Ma forse in questo campo ha ragione Vilfredo Pareto il quale afferma che una vera statistica della disoccupazione  assolutamente impossibile. Le cifre raccolte da vari scrittori e provenienti da diverse fonti, oscillano fra limiti troppo vasti e indecisi, e spesso non sono esenti da esagerazioni. Il ministro Lloyd George avrebbe detto che in Inghilterra gli operai privi di lavoro e quindi di mezzi di sussistenza non sono meno di 10 milioni; cifra evidentemente eccessiva. Nel 1902 i giornali tedeschi parlavano di 180.000 impiegati commerciali senza posto, mentre - a detta dello Schmeller - essi arrivavano probabilmente a 4 mila. Nel 1902, a Berlino, avendo un deputato accennato all'esistenza di 50.000 disoccupati nella sola citt, il governo dichiarava che secondo un'indagine fatta dalla polizia, i disoccupati non ammontavano a pi di 7.500. Invece una speciale inchiesta del Partito socialista per mezzo delle organizzazioni di mestiere arrivava a queste cifre: 70.000 disoccupati in Berlino e sobborghi, e 50.000 operai con lavoro diminuito. Il Molkenbhr e il Varlez hanno calcolato che in Germania i disoccupati in permanenza sono non meno di 350.000 Nel censimento italiano del 1901 dichiararono di essere disoccupati 229.117 individui sopra i quindici anni (dei quali 36.021 donne). Secondo il Fagnot e il Gide, in Francia vi sono, in cifra rotonda, 300.000 disoccupati. Come conclusione generica e approssimativa, tenendo conto di tutte le incertezze e fluttuazioni, pu affermarsi che nella classe operaia la percentuale della disoccupazione vera e propria - esclusa cio quella dovuta a cause individuali, volontarie, speciali, malattia, inabilit assoluta (pauperismo), ed esclusi i periodi di crisi - oscilla fra il 5 e l'8 per cento (secondo il Contento, fra il 2 e il 10 per cento). Per dare un'idea grossolana del fatto, pu dirsi che ogni paese mantiene un esercito di disoccupati, il cui numero non  inferiore a quello dei soldati sotto le armi.
La causa principale della disoccupazione - la quale appare come un fenomeno "naturale" dell'economia capitalistica - deve cercarsi appunto nella imperfetta ed ingiusta organizzazione produttiva della societ borghese, nella quale capitale e lavoro sono divisi e nemici fra loro, e la produzione  fatta per il lucro individuale del capitalista, non gi in vista della necessit sociale o della utilit pubblica. Il disordine  lo stato normale dell'economia capitalistica; le oscillazioni cieche dell'aggregato economico producono inoltre delle scosse violente (crisi) che rendono impossibile in un dato tempo il processo normale produttivo, aggravando la miseria e i dolori.
Tutti i tentativi pi o meno empirici per eliminare la piaga della disoccupazione non hanno dato che risultati molto parziali. Tuttavia v'ha una larga serie di provvedimenti che i poteri pubblici, le organizzazioni operaie e quanti lavorano per il progresso sociale, hanno il dovere di propugnare e diffondere. La riduzione dell'orario, l'abolizione del cottimo, il riposo settimanale, i turni di lavoro, gli uffici di collocamento, la legislazione sociale, rientrano in questa categoria di provvedimenti. Una politica largamente democratica, la riduzione delle spese improduttive, la concessione di lavori speciali ai disoccupati, costituiscono uno dei pi alti doveri dello Stato moderno. Tra le diverse forme di previdenza contro la disoccupazione  da preferirsi la "assicurazione" libera, organizzata e amministrata dagli stessi operai e integrata colle sovvenzioni di enti pubblici (Stato, Comune ecc.) secondo quello che vien chiamato "sistema di Gand".
Se non  possibile - fino a che non siano radicalmente cambiate le basi della societ attuale - abolire completamente la disoccupazione,  per sempre possibile e doveroso limitarne l'estensione e alleviarne i dolori. A promuovere un'azione efficace devono contribuire energicamente i pubblici poteri, nell'interesse di tutta la societ, stimolando, proteggendo e completando l'iniziativa degli individui e delle organizzazioni, e accelerando il moto ascensionale delle classi lavoratrici.
Da Il Popolo, N. 2787, 25 agosto 1909, X (a, 358).
MEDAGLIONI BORGHESI
 L'UOMO SERIO
Lo trovate in tutte le categorie della societ umana: in alto, in mezzo e alla base della piramide sociale, per esprimermi con una frase in voga presso gli economisti. Nel regno degli affari l'uomo "serio"  il debitore solvibile, lo speculatore sensato, il borsista abile, il ladro onesto, lo strozzino che lavora sui margini del codice penale.
Nella politica l'uomo "serio"  il personaggio dalle opinioni temperate;  reazionario, ma non vuole la forca;  rivoluzionario, ma non comprende il berretto frigio, rigetta la violenza, stigmatizza la insurrezione. L'uomo serio inneggia alla libert, purch sia sorvegliata dai gendarmi. Nei momenti di crisi, l'uomo serio si chiude in un dignitoso riserbo, in un prudente silenzio, e molto spesso in una cantina, salvo poi quando le questioni sien risolte, a uscir dai comodi nascondigli per imprecare ai vinti e celebrare i vincitori. Nella politica l'uomo serio  l'eroe della sesta giornata, il parassita che sfrutta le conquiste del progresso, senza avervi partecipato, il ranocchio del pantano che si nasconde nella melma, quando approssima il temporale e crocida poi altamente al ritornare del sereno.
Nella scienza l'uomo serio  il professionale mediocre, l'erudito che ha mangiato dei milioni di microbi, rovistando tutte le vecchie cartacce inutili delle biblioteche, il copista delle mitissime analisi e incapace di dare una sintesi, l'affastellatore di una erudizione indigesta e indigeribile che fa rimanere a bocca aperta gli imbecilli, il mulo di Parnaso che porta un sacco pieno di una sapienza spuria, vecchia, acciaccosa, avariata, infeconda.
Nella scienza l'uomo serio ripete ci che hanno detto gli altri, ma non  capace di creare qualcosa di personale. Si tiene terra terra e rifugge da qualunque ipotesi geniale e temeraria, per non compromettere la dignit e la seriet della dottrina.
Nella religione l'uomo "serio"  il prete liberale, vecchio modello rococ. Si d delle arie da modernista, ma non giunge al murrianesimo; vuole la tradizione, non per l'inquisizione. L'uomo serio laico, nella religione,  il personaggio che non crede, ma fa battezzare i figli ed esige il catechismo nelle scuole. Ce l'ha coi preti ma ritiene che siano necessari, data la bestialit del popolo. Partecipa alla commemorazione del XX Settembre, perch  roba nazionale, per di nottetempo va a chiedere perdono al gesuita confessore.
Nella morale l'uomo serio crea un tipo. La morale  cos elastica e cos contradditoria, nelle sue massime e nei suoi dettati e nei suoi imperativi pi o meno categorici! L'uomo serio nella morale applica il motto gesuitico: "Se non sei casto, sii per cauto!".  permesso cornificare la moglie, o sopportare le corna,  lecito gozzovigliare nell'orgia,  tollerabile passare le notti al tavolo verde di una bisca, purch nessuno lo sappia, purch non iscoppi lo scandalo! - Lo scandalo!... Ecco la parola che riassume tutta la vilt delle classi elevate. E quando lo scandalo sta per diventare di dominio pubblico, quanti personaggi alti e bassi si agitano per soffocarlo, quante manovre, quanti mercimoni e quanto denaro per comperar il silenzio! L'uomo serio trionfa. Si sparla di lui? Una munifica elargizione pro beneficenza cittadina, fa tacere i maligni e ravviva la popolarit. Lo si accusa? L'uomo serio si fa difendere dai tribunali ma non concede la prova dei fatti. Ci lo umilierebbe. Egli  superiore a molte cose, a troppe cose, e sotto la maschera della seriet, gli riesce di salvare la sua onorabilit personale.
Nel dominio dell'arte l'uomo serio  quello che sa rapidamente convertire il suo ingegno in sonante moneta. L'uomo serio definisce la formula "l'arte per l'arte", quale una balorda pazzia di decadenti sfaccendati. L'arte per il denaro: ecco il nuovissimo vangelo. L'artista serio non prende attitudini di ribelle o non vi perdura: sa che gli artisti ribelli, i refrattari, direbbe Jules Valls, sono quasi morti di fame e di freddo, in qualche lurida soffitta di sobborgo. Solo gli imbecilli lavorano per la gloria; gli uomini seri lavorano per il ventre e per la croce di commendatore!
C' anche nel socialismo il compagno serio. Generalmente  un operaio. Un individuo dalle cento esitazioni, dai mille scrupoli, cavilloso, pedante, fanatico per tutte le disposizioni regolamentari. Un individuo che prima d'impegnare una lotta, vuole avere la vittoria in tasca. Per questo deride, osteggia ogni tentativo e trova sempre delle pietre per lapidare i vinti.
Gli uomini cosidetti "seri" costituiscono la zavorra sociale. La civilt  l'opera dei cosidetti "pazzi"!
BENITO MUSSOLINI
Da L'Avvenire del Lavoratore, N. 35, 1 settembre 1909, V.
 AL LAVORO!
Il manifesto col quale abbiamo lanciato il nostro giornale contiene una dichiarazione di princip che ha bisogno di qualche commento. Constatiamo intanto e con legittima soddisfazione che il nostro manifesto ha incontrato il favore della massa lavoratrice.
I biasimi e le prudenti riserve di qualche radicaloide che si ostina a truffare il prossimo dichiarandosi socialista, non ci preoccupano, n ci fanno deviare un sol passo dalla strada che intendiamo percorrere.  da un decennio ormai che si parla di crisi socialista. I profeti del malaugurio usciti dalle discrete aule accademiche, dalle sale di redazione dei magni quotidiani o dalle modeste farmacie dei villaggi, hanno pi volte intonato il lugubre De profundis al socialismo. Un bel sogno, il socialismo! Una superba utopia! ma inattuabile. Ecco le frasi che compendiano il buon senso e il saggio ragionare delle persone serie, terribilmente! E non s'avvedono che la crisi socialista era ed  crisi di uomini e non di idee - poich questa crisi non ha impedito lo sviluppo dell'organizzazione internazionale dei lavoratori ai quali  affidata la realizzazione del socialismo.
Il socialismo diviene e la misura del divenire socialistico nel seno della civilt attuale non ci  data dalle conquiste politiche - bene spesso illusorie del Partito Socialista - ma dal numero, dalla forza e dalla coscienza delle associazioni operaie - che costituiscono gi oggi i nuclei della futura organizzazione comunistica.  la classe lavoratrice che, come dice Carlo Marx nella sua Miseria della filosofia, sostituir nel corso del suo sviluppo all'antica societ civile una associazione che escluder le classi e il loro antagonismo e non vi sar pi potere politico propriamente detto, poich il potere politico  precisamente il compendio officiale dell'antagonismo nella societ civile.
In attesa, l'antagonismo tra il proletariato e la borghesia  una lotta di classe contro classe, lotta che portata alla sua pi alta espressione  una rivoluzione totale.
I ciechi di mente non lo vedono, ma gi oggi abbiamo istituzioni che rappresentano le prime cellule dell'organismo di domani. Le associazioni di resistenza hanno allargato il loro campo d'azione: in questi anni sono sorte gigantesche cooperative di lavoro. In esse gli operai sono virtualmente liberi produttori e per esse gli operai vanno acquistando quelle attitudini tecniche, intellettuali, morali per cui saranno in grado di reggere in un avvenire non lontano i destini del mondo.  una societ che si forma, direbbe Vilfredo Pareto, e l'arma colla quale i lavoratori si preparano a liberarsi dal padronato,  l'organizzazione proletaria. La massa lavoratrice fatta ognora pi cosciente dei propri diritti e della propria forza attaccher infine la classe capitalistica nel suo principio: la propriet privata dei mezzi di produzione. La millenaria contesa sar giunta allora al suo epilogo: da una parte i capitalisti appoggiati dallo Stato, dall'altra i proletari serrati nelle loro leghe e gi pronti a raccogliere l'eredit della borghesia. In mezzo alcune categorie insignificanti che si orienteranno a seconda dei rispettivi bisogni. L'espropriazione della borghesia sar il risultato finale di questa lotta e la classe operaia non avr difficolt a instaurare la produzione su basi comunistiche inquantoch gi oggi nei suoi sindacati va preparando le armi, le istituzioni, gli uomini per la guerra e la conquista. Il proletariato "combatte costruendo", demolisce, ma getta nello stesso tempo le fondamenta della nuova societ. Noi crediamo che il socialismo sar realizzato dagli operai dopo lunga serie di sforzi e di sacrifici: crediamo insomma che il socialismo avverr per via economica e non sar il prodotto di riforme legislative o di predicazioni umanitarie. Noi anzi spogliamo il socialismo di tutto quanto l'orpello sentimentale e cristiano di cui l'adornarono gli ideologici e i poeti e lo riportiamo nei termini marxistici come una questione di forza e il problema capitale della classe operaia.
Ci premesso, come spiegheremo oggi la nostra attivit di socialisti? La spiegheremo nell'organizzazione economica e in quella politica. Nelle leghe di mestiere gli operai socialisti devono costituire un'avanguardia vigile e combattiva, che sprona la massa a non perdere mai di vista la meta ideale. Qui i socialisti lottano contro la borghesia nel campo economico e promuovono istituzioni proletarie di resistenza e di cooperazione. Nei gruppi cos detti politici i socialisti lottano contro le altre istituzioni borghesi e attaccano quindi il clero, il militarismo, la monarchia, ogni forma di privilegio politico, di ipocrisia morale, di possibilismo mercantile e democratico. Nei gruppi politici, i socialisti preparano l'elemento umano, gli uomini nuovi che si spogliano degli abiti morali e mentali ereditati dalla vecchia societ che tramonta. I gruppi politici socialisti devono diffondere l'istruzione colla conferenza, il giornale, il libro, l'opuscolo, devono fondare scuole di propaganda e biblioteche aperte a tutti. Ogni cervello di uomo ha scintille che dormono sotto la cenere grigia dell'ignoranza: si tratta di suscitare queste divine scintille!
L'opera della scuola  monca: bisogna completarla. Nelle nazioni pi evolute ogni socialista ha la sua biblioteca domestica.
La Lotta di Classe promuover questo dissodamento delle intelligenze, aiuter questo movimento ascensionale dei lavoratori verso forme pi elette di vita. Noi chiediamo la cooperazione, l'aiuto fraterno dei compagni. Ognuno faccia il suo dovere: ognuno compia il suo sforzo, anche piccolo: l'umile operaio che sul lavoro, per la strada, nel ritrovo serale fa la propaganda spicciola agli incoscienti e ai refrattari  utile alla causa socialista quanto il giornalista che scrive un articolo o l'oratore che fa un discorso.
Dichiariamo infine agli avversari che le nostre polemiche e le nostre critiche avranno per base la sincerit, il rispetto di tutte le idee onestamente professate. Cercheremo di tenerci immuni da quello spirito settario, fanatico e giacobino che sembra preludiare a una moderna intolleranza rossa. Ma non avremo remissione per i ciarlatani, a qualunque partito si dichiarino inscritti, tutte le volte che andranno tra le folle operaie a cercare applausi, voti, stipendi e clienti.
Il socialismo non  un affare di mercanti, non  un gioco di politici, non  un sogno di romantici: e tanto meno  uno sport:  uno sforzo di elevazione morale e materiale singolo e collettivo,  forse il pi grande dramma che abbia agitato le collettivit umane,  certo la pi cara speranza per milioni di uomini che soffrono e vogliono non pi vegetare, ma vivere.
BENITO MUSSOLINI
Da La Lotta di Classe, N. 1, 9 gennaio 1910, I.
Pubblicato, parzialmente, anche su La Lima (I, 104), N. 3, 15 gennaio 1910, XVII, col titolo: Il socialismo diviene.
 COMMENTO AL NOSTRO CONGRESSO
Lamentiamo anzitutto e deploriamo lo scarso intervento dei compagni di Forl al nostro congresso collegiale e lamentiamo del pari l'assenza di molti rappresentanti di sezioni vicine: i socialisti non dovrebbero temere a tal segno la pioggia. Qualche volta si ha il coraggio di percorrere chilometri di strada sotto la neve, nelle rigide notti invernali, per andar a dire quattro sciocchezze a una donna in una festa da ballo. Ora questa felice noncuranza delle intemperie dovrebbe valere e maggiormente quando si tratti di manifestazioni politiche importantissime del nostro Partito. Ci detto, commentiamo il nostro lavoro. Breve commento poich del nostro congresso abbiamo dato un resoconto quasi stenografico, per riparare appunto alla deplorata assenza dei delegati e ognuno pu commentare da s. Le relazioni finanziarie sono confortevoli.
 la prima volta in vent'anni e pi di vita socialista nel Forlivese che sorge un segretariato collegiale, che si fonda un giornale senza bisogno di racimolare elemosine dai socialisti denarosi. Mai gli altri giornali raggiunsero la tiratura del nostro, quantunque organi intercollegiali. Mai si vide organismo socialista pi omogeneo e pi compatto della nostra Federazione. Colle nuove sezioni la cifra dei nostri inscritti tocca i 1400.  una forza numerica e morale considerevole che ci riempie di legittimo orgoglio! Quanti sono in Italia i collegi che possono rivaleggiare con noi? Ben pochi. Ed  certo che questa cifra aumenter.
Poteva la nostra Federazione non aderire al Partito? No. Met delle sezioni sono gi munite delle tessere per il 1910 e poi la nostra adesione ci dar modo di intervenire al congresso nazionale di Genova per farvi valere le nostre ragioni. Se domani l'indirizzo dei nostri organi centrali - cio giornale, Direzione, gruppo parlamentare - continuer ad essere quello che deploriamo, noi prenderemo allora le nostre deliberazioni.
Della manifestazione che ci proponeva la Direzione del Partito per il 1 Maggio, abbiamo accettato un punto solo - quello del suffragio universale e respinto l'altro dell'indennit ai deputati. Il suffragio universale che fino a pochi mesi fa  stato osteggiato dagli uomini pi rappresentativi dell'Estrema Sinistra, il suffragio universale - unico - diretto - segreto trarr nel gioco delle competizioni politiche i milioni di italiani che vivono al di fuori di ogni vita civile.
Ma quest'agitazione non pu essere limitata alla giornata del 1 Maggio - deve continuare e crescere ogni giorno d'intensit, se si vuol giungere rapidamente al successo. L'indennit ai deputati  un oggetto pel quale non ci sentiamo di agitarci.
Il nostro paese  troppo povero, perch si possa conferire delle prebende ai deputati. C' l'analfabetismo, la pellagra, la delinquenza: bisogna curare questi mali, estirpare queste miserie.
La questione delle pratiche religiose ha condotto all'approvazione di un ordine del giorno che ha fatto eccellente impressione nell'animo di tutti i compagni. In quest'ordine del giorno noi riaffermiamo che tra "la pratica culturale di una religione e le idee socialiste v' dissidio insanabile" e abbiamo richiamato i compagni a porre in armonia le parole e i fatti, le idee e le azioni. Quest'ordine del giorno non  pericoloso come qualcuno teme, n porter vuoti rilevanti nelle nostre file. Tutti i compagni converranno poi sulla necessit di due giri annuali di propaganda. Bisogna variare gli oratori e i temi, per suscitare l'interessamento delle folle lavoratrici. Cos l'istituzione di una "Biblioteca Socialista"  un altro punto del nostro programma che intendiamo realizzare. Dicemmo nel nostro primo numero che la propaganda socialista doveva creare "l'elemento umano", l'elemento indispensabile per la realizzazione delle nostre idee, elemento di cui l'importanza non  sfuggita a nessuno dei teorici e antichi e moderni del socialismo.
La "Biblioteca Socialista" contribuir a formare questo elemento. Avr opuscoli da pochi centesimi e libri di qualche mole. Solo diciamo ai compagni: leggete, sforzatevi di leggere e troverete nella lettura le pi nobili gioie dello spirito!
Chiudiamo questo commento facendo notare ai compagni che gli ordini del giorno non devono rimanere sulla carta, ma tradursi nei fatti, e solo allora sono efficaci! E diciamo ancora che le cifre delle relazioni finanziarie non devono impoltronire nessuno nell'ottimismo, ma devono spingerci a compiere il nostro dovere - moralmente e materialmente - affinch la nostra Federazione, sorta per l'impulso tenace di pochi individui, si rafforzi, si sviluppi e sia pronta a sostenere oggi, domani e sempre le nostre battaglie.
M.
Da La Lotta di Classe, N. 16, 23 aprile 1910, 1.
 [L'ALTRO GIORNO SI  CHIUSO A ROMA]
L'altro giorno si  chiuso a Roma uno di quegli interminabili processi che costituiscono la specialit giudiziaria italiana. Sedeva sul banco degli accusati il giornalista Piazza, imputato di diffamazione ai danni del maggiore Di Giorgio, comandante delle truppe della nostra lontana e gloriosissima africana colonia del Benadir. Il Piazza fu naturalmente condannato.
La Parte Civile era rappresentata da l'on. Berenini, il quale, proprio mentre il gruppo parlamentare, la stampa e il Partito si agitano per la modificazione del feroce articolo del codice zanardelliano, contemplante il reato di diffamazione, chiese e sostenne l'applicazione dello stesso articolo per il giornalista Piazza.
Non  la prima volta che il parmigiano deputato delle acque salso-iodiche si pone per denaro a sostenere una tesi reazionaria. Tutti noi ricordiamo il processo Folla - Valera - Pavia.
N rileveremmo il caso, se non ci porgesse motivo per considerazioni d'ordine generale.
Paolo Orano ha gi scritto un caustico pamphlet sulla cure avvocatesca. L'Italia ha 50.000 avvocati.
Tutta questa gente che tortura il Codice come i preti torturano il Vangelo (la differenza fra le due professioni  apparente, non sostanziale) ha dato l'assalto allo Stato monarchico sabaudo che da cesareo come fu ai primi tempi di Umberto, va - sotto la pressione dei legulei - diventando democratico e bloccardo. Tutte le branche della mastodontica Amministrazione statale inghiottono avvocati, quelli che non riescono a diventare ronds de cuir ai ministeri o alle prefetture finiscono nella Pubblica Sicurezza o nel giornalismo. Non  un paradosso l'affermare che gli avvocati "divorano" l'Italia. Essi come i militari di professione ed i preti sono le locuste che si gettano sul corpo della giovane nazione e ne spremono le migliori energie.
Il socialismo italiano non  andato immune dal contagio. Quando il Partito Socialista era il Partito alla moda (15 o 20 anni fa) e l'azione socialista si svolgeva quasi esclusivamente sul terreno politico - moltissimi dottori in legge entrarono nelle nostre file. Rappresentando nella massa degli inscritti l'elemento intellettuale, finirono per monopolizzare la propaganda orale e scritta.
Le conferenze socialiste costituivano una specie di tirocinio pratico ad una discreta eloquenza forense e l'avvocato cercava nella folla degli uditori il probabile futuro cliente. Quindi discorsi a base di parole sonanti, di tirate rettoriche accompagnate da gesti ciarlataneschi - con contenuto ideale e dottrinale riducibile alla cifra che nelle matematiche serve a indicare la negazione dell'unit: Zero. L'importante era di ottenere l'effetto e di strappare l'applauso - e coll'applauso il voto.
Se il Partito Socialista si  ubbriacato di elettoralismo lo si deve agli avvocati. Costoro avevano ed hanno bisogno di fare della politica. Un movimento socialista politico, avr di conseguenza logica largo seguito fra gli avvocati. Ma in un movimento socialista operaio, non vi  posto per i commentatori del Codice. Nelle leghe di mestiere entrano i produttori, gli intellettuali, i professionali del pensiero - come dice Sorel - restano fuori. Tagliati via dal movimento sindacale agli avvocati non resta che la lotta politica.
Tutto il loro socialismo  nella scheda. Basta votare e votare per loro. La particella "on." posta dinnanzi al nome  un richiamo per i clienti. La carica pubblica  quindi un affare. Vedrete che il suffragio universale sar - almeno nei primi tempi - la cuccagna carnevalesca degli avvocati.
Il loro costume politico  in rapporto colla loro immoralit professionale. Gli avvocati come i preti, per vivere, devono mentire. Chiedere al compagno avvocato la coerenza,  dar prova di colossale ingenuit. Il compagno difende oggi il ladro, domani il derubato. Fregoli non raggiunger mai il grado di disinvoltura colla quale gli avvocati della difesa passano all'accusa e viceversa. Il compagno carissimo che ieri propagandava i lavoratori - oggi in tribunale  parte civile contro i medesimi. Il compagno avvocato  socialista e compagno sino alla porta del tribunale. Dentro  il professionista; la toga nasconde il socialismo. Una volta gli avvocati rivoluzionari avevano certi scrupoli - cercavano nell'accettazione delle cause di non entrare in contraddizione troppo stridente colle idee professate: oggi non pi. Si sono dati in questi ultimi anni dei casi ripugnanti. Il contegno di molti avvocati socialisti ha stomacato. Il caso Berenini non  che l'ultimo di una lunga serie.
Qualcuno ci osserver: Bisogna pure che gli avvocati in qualche modo vivano. D'accordo. Ma non prostituendo il socialismo. Scelgano: o socialisti o avvocati. Se intendono restare nel Partito hanno l'obbligo sacrosanto di rispettarne i deliberati e di essere coerenti.
Per fortuna, il Partito Socialista Italiano va digerendo la sua dose di avvocati, e il socialismo elettorale e mercantile degli avvocati tramonta. Oggi, i dottori in legge, preferiscono il Partito Cattolico - e si comprende. Questo Partito, colle sue istituzioni bancarie, colle sue imprese industriali, coi suoi quotidiani, col suo atteggiamento moderno, se non modernista, offre largo campo all'attivit degli avvocati.
Ci abbandonino pure. Saluteremo con gioia il loro trapasso in altre file. E sar la fine di una grande menzogna. Poich, salvo rarissime eccezioni, l'avvocato che si dichiara socialista, mentisce. Tenetelo per fermo voi, operai, voi che soli avete il diritto e il dovere di essere socialisti - voi che vi commovete ancora per l'eloquenza verbosa e falsa della gente che concorre a distribuire la giustizia e la galera, tenete per fermo che gli avvocati, come tutti i borghesi professionisti, non possono essere sinceri: essi stanno troppo bene nella societ attuale e non hanno quindi nessun interesse a cambiarla.
b. m.
Da La Lotta di Classe, N. 25, 25 giugno 1910, I.
POLEMICHETTA IN FAMIGLIA
 LA "SENSIBILIT" SOCIALISTA
Il Partito Socialista non  una confraternita di cui i membri siano perpetuamente soggetti a una regola che non muta, n questo giornale  una cattedra riservata a me solo e alla mia nozione del socialismo. Questo giornale  una palestra libera a tutti i compagni che hanno idee da esporre conformi o no alle mie.
Alieno dal riconoscere dogmi e dall'obbedire a pontefici, discuto e accetto la discussione. Per questo offro ospitalit all'articolo di g. m. in risposta al mio e mi permetto di accompagnarlo con qualche nota. Ho pronunciato a Voltre parole di simpatia per il lanciatore della bomba del teatro Coln - ho scritto sul giornale che la prima risposta alla violenza governativa della Repubblica Argentina era venuta.
Alcuni, non una schiera, socialisti hanno trovato le mie proposizioni eretiche. Nessuna meraviglia.
Chi pensa e studia corre sempre rischio di peccare d'eresia. Ho ribattuto il chiodo col trafiletto Sensibilit. G. M., toccato, risponde. Vediamo come.
Io non ho accusato tutti i socialisti di rimanere impassibili davanti alle sventure del proletariato.
Ho detto che molti socialisti si commuovono pi volentieri per le sventure della classe borghese che per quelle della classe proletaria. Ma i borghesi non hanno piet delle vittime nostre. N mi  passato per il capo di pretendere che ad ogni "atto brutale della borghesia si debba concedere altra carne da macello per il gusto di un gesto eroico".
Fossimo in grado di applicare nei nostri rapporti colla borghesia la buona legge del deserto: occhio per occhio, dente per dente! Forse la borghesia verrebbe a pi miti consigli.
Ma nel caso che ha originato l'attuale polemichetta non si tratta di "un" atto brutale. Si tratta di una reazione che non ha precedenti. Si tratta di una borghesia repubblicana che ha inaugurato un terribile regime di violenze e ha gettato fuori della legge tutti i rivoluzionari.
E se fra costoro sorge un individuo che vuol rispondere con un suo gesto personale alla reazione governativa, dobbiamo proprio noi socialisti essere i primi a maledirlo, dobbiamo anche noi confondere la nostra voce nel coro dell'universale esecrazione borghese e poliziesca?
Ma no: noi dobbiamo invece comprendere, spiegarci il fatto: dobbiamo dirci che la colpa  dei governo; poich quando si semina vento si raccoglie tempesta.
Non ammettiamo l'atto individuale come sistema, ma lo comprendiamo e giustifichiamo caso per caso.
Pablo Iglesias, deputato socialista spagnolo, non ha forse recentemente in piena Camera, fatto l'apologia dell'attentato individuale? Anche lui appartiene al gruppo dei cultori di un idealismo consegnato alla storia?
E se l'idealismo dei comunardi  passato alla storia, questa storia non deve insegnarci nulla?
In qual modo Thiers ha ripagato l'idealismo dei comunardi? Massacrandoli a migliaia.
I due periodi della risposta di g. m. che cominciano colle parole "la nostra fede" e terminano con quelle "pagato della stessa moneta" sono cos vaghi e imprecisi che non dnno nulla di afferrabile per una risposta. Colla stessa imprecisione comincia il periodo che segue e che finisce affermando "che la societ nostra non deve fondarsi sulle rovine sanguinanti di un'altra. La storia ci d molti insegnamenti". Ah s! Moltissimi insegnamenti ci d la storia e tutti confermano le mie previsioni che il trapasso dalla societ borghese alla nostra non avverr tra il latte e il miele generale come si vuol far credere. Gi oggi le competizioni economiche fanno delle vittime. Ma si pensa dunque che la borghesia si lascer espropriare senza resistere?
Quando mai una classe si  "rassegnata" a scomparire? La borghesia si prepara invece a una resistenza personale da un lato, mentre dall'altro assorbe e inghiotte il socialismo di quelli che non sono rimasti al socialismo primitivo, ma sono giunti a un socialismo tanto riveduto e corretto da non disdegnare gli inchini davanti al re.
Curiosa un'altra constatazione di g. m.
Quando, egli dice, le masse proletarie avranno raggiunto il loro grado di potenzialit politica ed economica la borghesia non potr pi fucilare ed affamare.
Tante grazie! Questa  una verit di La Palisse. Quando le masse avranno raggiunto il grado ecc. - la borghesia avr cessato di fucilare, per la semplice ragione che avr cessato d'esistere e di dominare.
G. M. continua dicendo che l'organizzazione  l'unica via. E siamo d'accordo. Ma bisogna spiegarci su questa organizzazione. Perch oggi anche i preti fanno delle organizzazioni, anche i poliziotti si uniscono in Lega. Dove vogliamo arrivare colla nostra organizzazione? Quale carattere deve avere? Quale nemico deve combattere? Quali armi deve adottare? E l'organizzazione politica deve forse battere il passo insieme con quella economica o non deve invece variare nei suoi atteggiamenti e nei suoi mezzi?
Che il socialismo d'oggi sia ben diverso da quello che io sogno, lo ammetto, quando per si distingua socialismo-idea da Partito Socialista. Lo so che  stato riveduto e corretto.
Anche troppo! Anche troppo! Tanto riveduto, tanto corretto che non spaventa pi nessuno e la borghesia scherza e fa la ninna nanna all'antico leone che non ha pi denti, non ha pi unghie, non rugge pi, ma bela. Accidenti al socialismo riveduto e corretto! Se lo si corregge ancora un altro po', non si distinguer pi dall'umanitarismo dei borghesi intelligenti rappresentati oggi in Italia da quel Luzzatti davanti al quale si prosternano i socialisti molto riveduti e molto corretti del Parlamento italiano.
Finalmente g. m. torna a bomba.
Ed  tempo, poich si tratta appunto di bombe. Egli distingue atto individuale diretto contro un esponente, da quello diretto contro una massa. Ma nel teatro Coln, in quella famosa serata di gala tutti erano gli esponenti della reazione governativa. Persona vile il lanciatore solo perch si  disperso tra la folla? Ma non tent anche Felice Orsini di nascondersi? E i terroristi russi non cercano di sfuggire, dopo fatto il colpo, all'arresto?
"Eroi-pazzi" quelli che compiono un atto individuale? Eroi, quasi sempre, ma pazzi, quasi mai. Pazzo un Angiolillo? Pazzo un Bresci? Pazza una Sofia Perovskaja? Ah no! Il loro atteggiamento ha strappato righe d'ammirazione a giornalisti borghesi d'alta intelligenza come il Rastignac. Non mettiamoci giudicando questi uomini e gli atti da loro compiuti sullo stesso piano della mentalit borghese e poliziesca.
E non gettiamo noi socialisti le pietre della nostra lapidazione. Riconosciamo invece che anche gli atti individuali hanno il loro valore e qualche volta segnano l'inizio di profonde trasformazioni sociali.
Mi accorgo di essere stato un po' lungo, ma l'argomento  degno d'essere ampiamente trattato. Auguriamoci - per finire - che cessino le revisioni e le correzioni al socialismo.
Il socialismo deve rimanere una cosa terribile, grave, sublime.
Solo a questo prezzo potr realizzare le speranze del proletariato. Il socialismo riveduto e corretto  la cuccagna dei politicanti e dei deboli.
b. m.
P. S. - Non ho bisogno di dire che se la maggioranza dei socialisti federati attorno a questo giornale si pronunciasse favorevole al socialismo riveduto e corretto, marca g. m., io me n'andrei subito fra coloro che fanno del socialismo non riveduto, n corretto, anzi scorrettissimo.
Ci vedrassi del resto al prossimo convegno collegiale.
Da La Lotta di Classe, N. 28, 16 luglio 1910, 1.
 SEMINATORI DI ODIO: NOI O VOI?
FIORETTI REPUBBLICANI
Spigoliamo dall'ultimo numero del Pensiero Romagnolo le seguenti gentilissime espressioni che un anonimo scrittore c'indirizza nell'articolo di fondo. Il nostro linguaggio  "volgare, indecente, lurido, nauseante, insensato". Noi siamo dei "paltonieri, vagabondi", dei "mantenuti dalle societ ebraiche", delle "anime pretesche", degli "incoscienti", dei "paranoici", degli "esaltati" che ci abbandoniamo follemente alla ridda oscena delle provocazioni, forse siamo anche dei "venduti alla questura", dei "loschi figuri", dei "matti furiosi", dei "sedicenti socialisti", dei "biechi mestatori" degli "incoscienti mentecatti", dei "vilissimi delinquenti seminatori di odio", dei "giocolieri", degli "scrittorelli, degni appena del disprezzo dei galantuomini", dei "maniaci", dei "mentecatti da manicomio criminale", degli "stupidi", degli "imbecilli", dei "cretini" e, dulcis in fundo, degli "schifosissimi rettili". Amen.
TACERE?
No, o amici. Lo so bene che basterebbe l'elenco di cui sopra quale epitaffio funebre pei nostri avversari. Ma tacendo si potrebbe far credere che la valanga delle ingiurie repubblicane ci avesse atterrati. Mentre invece, lo sfogo idiota ci fa sorridere.
I puledrelli hanno... il morbino.
Li riconosciamo dalla solita insinuazione terzaghiana.
Chi  capace del sospetto,  anima da spia.
Noi non fummo ancora beneficiati da "grazie sovrane".
Non abbiamo quindi debiti di gratitudine verso i Savoia che combattemmo ieri, combattiamo oggi e combatteremo domani. Curioso! Se il Partito Socialista in Romagna non si rassegna a costituire l'appendice tollerata del Partito Repubblicano, ma compie una sua opera di propaganda e di battaglia, i feudatari della repubblica romagnola, come i borghesi rivoluzionari dell' '89, pensano subito all'"oro dei principi".
Ma no, poveri illusi e malignanti sciocchi! La monarchia non  cos deficente da spendere moneta per combattervi. Pensate proprio di farle paura? La monarchia che voi "accettate"  pronta invece a servirvi. Domandatelo al vostro Mirabelli che chiedeva al "Caro Calissano" le regie baionette salvatrici; domandatelo a un Pacetti che segue le manovre navali e farnetica di un futuro presidente della repubblica italiana nella persona di Gennaro Tre; domandatelo a un Comandini, commemoratore dei ministri di Casa Savoia!; a un Colaianni, elogiatore del re sul giornale dei repubblicani; a un Pansini che utilizza le torpediniere per le feste del santo patrono; a un Auteri-Berretta, decorato di chincaglierie sabaude. Persuadetevene. La monarchia italiana non teme mezzadri romagnoli inscritti al Partito Repubblicano. Sa bene quanto valgono.
CHI HA DIVISO IL PROLETARIATO?
Il Pensiero Romagnolo afferma che noi socialisti abbiamo diviso le forze operaie. Noi o i repubblicani?
La cronaca  recente. All'indomani dell'ottenuto accordo per la trebbiatura fra contadini e braccianti, noi ci rallegrammo su questo giornale e nell'Avanti! per l'accordo stesso e ci augurammo la pace definitiva dopo la tregua.
Chi all'indomani di questo accordo ha spezzato la compagine della massa operaia? Chi altri se non gli scrittori e gli amici del Pensiero Romagnolo? E quali miserabili pretesti hanno addotto a spiegare la loro opera funesta! La non accettazione di due braccianti repubblicani nel Zuccherificio. E per due braccianti si spezza l'unit dell'intera Federazione braccianti estranea al conflitto? Non era pi logico, se mai, scindere dalla sola Lega zuccherieri le forze repubblicane? Si aggiunge quale causa la "dittatura" di Zanotti. Ma con 1300 braccianti che vi seguono, perch non tentare di eliminare il segretario Zanotti, piuttosto che dividere la Federazione?
No. Queste scuse vi mascheravano quando dopo i conciliaboli segreti di via Solferino osaste affrontare la luce del sole e il giudizio del pubblico. Ma oggi voi confessate che avete diviso i braccianti per ricondurli alla pace coi contadini, li avete divisi per dimostrare la vostra forza e smentire la leggenda di un bracciante completamente rosso cio socialista, li avete divisi per garantire la mezzadria e dietro la mezzadria la propriet terriera. Ma voi, voi e nessun altro, siete gli artefici di questa divisione proletaria. Ve lo hanno detto i mazziniani, ve lo hanno ripetuto diverse organizzazioni economiche, - pur ieri i 600 lavoratori organizzati nella succursale di Castrocaro della nostra Camera del lavoro stigmatizzavano il vostro procedere insano.
Ed ora vorreste cambiare le carte in tavola.
Vorreste recitare la parte d'Abele, mentre vi sta bene quella di Caino - v'atteggiate a vittime e siete i vittimizzatori. Dopo aver diviso il proletariato - dopo aver ufficialmente con un manifesto legittimato questa divisione - dopo aver fondato la Cooperativa gialla nel Circolo Mazzini vanamente tentate di rigettare su noi le vostre gravi responsabilit.
A DOMICILIO COATTO?
Il Pensiero Romagnolo si domanda:
"Perch invece di perdere tempo e denaro in Romagna, non vanno (i socialisti) piuttosto nel Napoletano, in Calabria, in Sicilia, nelle campagne della Lombardia e del Veneto?".
Si pu fare pi balorda domanda di questa? E voi repubblicani, potremmo chiedere, perch vi fermate in Romagna e non vi recate a catechizzare gli Ottentotti?
Ma non  vero che i socialisti si fermino in Romagna.
Recentemente Musatti ha propagandato la provincia di Bari, Rondani quella d'Avellino, Aroldi quella di Venezia, Podrecca ha scattolicizzato tutta la Sicilia, Chiesa Pietro si recher di questi giorni in Sardegna.
Se noi ci fermiamo in Romagna, gli  perch in Romagna siamo nati. Volete forse sfrattarci, imitando la borghese repubblica dei Guglielmo Htels? Volete forse assegnarci al domicilio coatto... repubblicani??
"SOCIALISMO VERO E PROPRIO"?!!!
"In Romagna il Partito Repubblicano compie le funzioni di un Partito Socialista vero e proprio - non tedesco, ma italiano".
Capite? Ditelo voi, braccianti rossi del Ravennate, traditi dai vostri compagni gialli. Ditelo voi se il Partito Repubblicano romagnolo fa del socialismo vero e proprio! A meno che socialismo non sia divenuto sinonimo di crumiraggio!
Difatti, aggiunge l'on. Pesce, "il Partito Repubblicano si accresce sempre pi di forze popolari o proletarie".
Straripante! Che importa se i mezzadri repubblicani tesserati vanno a messa e sono inscritti alla cassa rurale? L'essenziale  che ci sia il numero. La qualit passa in ultima linea. E queste forze, sono "popolari o proletarie"? La si decida!
O popolari o proletarie. I due termini hanno significato diverso. Ma chiedere una terminologia esatta ai deficenti del P. R.  assurdo come il chiedere a un pigmeo di rovesciare un macigno.
L'INTERVENTO DEI PONTEFICI
Il Pensiero Romagnolo vuol sapere "se il Partito Socialista Italiano si rende solidale con noi". Qual partito? Quello del blocco? La riformisteria massonica?
Ce ne infischiamo. Respingiamo la sua solidariet.
Ma i settimanali che ci vengono da tutte le parti d'Italia ci dimostrano che i nostri compagni lontani sono spiritualmente con noi. Del resto non siamo pi gli scolaretti d'un tempo. Se domani qualche pontefice minimo o massimo del Partito Socialista Italiano volesse correggerci, ammonirci, consigliarci noi saremmo capaci di ridergli in faccia. Siamo eretici e irriverenti.
IL FEUDO E I "JACQUES"
Noi comprendiamo lo "stato d'animo" di certi capi repubblicani. Essi credevano di possedere qui un feudo chiuso e refrattario alle idee nuove.
La Romagna doveva rimanere in eterno la terra dei repubblicani, come per certi esteti decadenti la Calabria doveva avere sempre dei briganti e Napoli sempre dei lazzaroni. Invece col tempo che rinnova e cancella, le cose vanno lentamente mutando.
I circoli socialisti aumentano, i nostri giornali vivono, sorgono le nostre case e progetti che ieri sembravano follia saranno realt domani, realizzando in pochi mesi ci che il Partito giallo non ha saputo fare in vent'anni. La Romagna ha delle plaghe rosse.
Ecco Conselice, Massalombarda, Voltana, Mezzano, Ravenna citt, Cesenatico e Civitella comuni socialisti; ecco Forlimpopoli, ormai tutta rossa e nella quale il nostro Partito che occupa la piazza, svolge un'azione educativa, dota la Casa socialista con una biblioteca ricca di ben 6000 volumi. Anche in quelli che sembravano gli inespugnabili fortilizi della repubblica la nostra idea ha fatto breccia. A S. Pietro in Vincoli  sorta una "Casa dei socialisti".
I repubblicani vedono la nostra irrefrenabile avanzata e si preparano a resistere, raccogliendo in un ultimo sforzo tutte le energie, ricorrendo a tutte le armi: non esclusa l'ingiuria e l'insinuazione loyolesca.
Ma gli strali cartacei non ci toccano. La nostra vita  una pagina aperta nella quale si possono leggere queste parole: studio, miseria, battaglia. Non c' neppure l'ombra di una "grazia sovrana". Ci sentiamo forti perch ci sentiamo puri. Ci sentiamo forti perch non abbiamo amici e tendiamo a restringere le nostre conoscenze, invece di allargarle. Non chiediamo popolarit, n clienti, n voti. Osiamo dire brutalmente la verit anche in faccia a coloro che ci seguono. Per noi le polemiche sono battaglie che si combattono con un'arma formidabile: la penna, arma fatta d'acciaio come le spade. Volete la polemica leale, franca, cortese? Dispostissimi. Volete invece la polemica astiosa, personale, violenta? Accomodatevi.
Voi avete qualche cosa da perdere, noi nulla.
E combatteremo senza esclusione di colpi sino all'esasperazione, sino all'esaurimento.
Resister dunque eternamente il feudo repubblicano agli assalti della nuova civile jacquerie rossa?
No.
Da La Lotta di Classe, N. 37, 17 settembre 1910, I, (b, 128-129).
ALLA VIGILIA DEL NOSTRO CONGRESSO NAZIONALE
 IL PROBLEMA DELL'"AVANTI!"
Al breve cenno della volta scorsa, seguono queste note. Per noi e per molti altri compagni d'Italia dei quali abbiamo conosciuto il pensiero attraverso i giornali che dirigono, la questione dell'Avanti!  la questione pi grave e la pi importante fra tutte quelle che figurano all'ordine del giorno del prossimo congresso nazionale. Ce n' un'altra per noi: quella dell'ordinamento del Partito.
Ma di questa discuteremo in seguito. Oggi affrontiamo il problema dell'Avanti! Vorremmo poggiare le nostre argomentazioni su quelle salde basi che si chiamano cifre - vorremmo sapere cio dagli uffici amministrativi dell'Avanti! quante copie si tirano, quanti abbonati ci sono, quanto d la rivendita, quanto la quarta pagina - il totale delle entrate e delle uscite.
Ma poich la lodevole diligenza degli incaricati non ci ha ancora inviato uno straccio di relazione qualsiasi (e dire che manca appena un mese al congresso!) procederemo, come suol dirsi, per approssimazione - "approssimazione" che confortata da una lunga e dura esperienza non ci porter molto lungi dal vero.
Bisogna che il congresso nazionale risolva una buona volta il problema dell'Avanti! Vada in malora, magari tutto il resto dell'ordine del giorno. Tanto non sono i congressi che livellano certe differenze dottrinali.
Anche dopo i congressi ognuno pensa colla sua testa e gli ordini del giorno vanno a finire... negli archivi - pasto dei topi. Ma quello dell'Avanti! non  un problema tecnico-dottrinale.
 un problema pratico la cui soluzione s'impone e non pu pi oltre essere rimandata. Si tratta come per Amleto di essere o non essere. Oggi l'Avanti!  vicino al secondo corno di questo supremo dilemma.
Il suo stato  comatoso: tra l'agonia e la morte.
DAL 1896 AL 1910
I compagni ricordano che l'Avanti!  nato nel 1896.
A dirigerlo fu chiamato Leonida Bissolati che allora dirigeva un modesto ebdomadario socialista di Cremona: l'Eco del Popolo. In quel tempo non era forse possibile una scelta migliore.
Il nuovo giornale raccolse un fortissimo numero d'adesioni e sollev grande entusiasmo. La sottoscrizione in un anno solo raggiunse una somma favolosa. Sino al 1898-'99-'900, l'Avanti! cammin speditamente. Gli abbonati crescevano e cos la tiratura.
Sostituito il Bissolati dal Ferri, le campagne antisucchioniche di quest'ultimo, portarono l'Avanti! alle altezze di un grande quotidiano. Ma poi, di nuovo la bassa. Ferri consegn l'Avanti! a Morgari.
Da Morgari l'Avanti! ricadde nelle mani del Bissolati che ha condotto il giornale sull'orlo dell'abisso. Salvo i brevi intermezzi del Ferri e del Morgari, si pu dire che per ben quattordici anni l'Avanti! fu diretto da Leonida Bissolati.
Ora Leonida Bissolati  uno dei maggiori responsabili della crisi agonica dell'Avanti! Egli  un intelletto lucido e una fortissima penna - specie nelle questioni di politica interna e parlamentare - ma queste doti non bastano a dirigere un giornale. Ci vuole il "colpo d'occhio" tecnico industriale.
Non basta saper scrivere l'articolo di fondo, bisogna sapere "tecnicamente" dirigere l'azienda. Ora Bissolati non ha mai saputo far questo. Romussi, Bissolati, Ghisleri: ecco un triumvirato giornalistico di uomini politicamente e intellettualmente diversissimi, ma che hanno una qualit comune: quella di uccidere i giornali. Consegnate loro un quotidiano vitale e nel volgere di breve tempo ve lo portano al camposanto.
NECESSIT DI UN QUOTIDIANO
Che il Partito Socialista abbia bisogno di un organo quotidiano nazionale nessuno vorr mettere in dubbio. Un partito senza giornale quotidiano - oggi in cui si vive cos fervidamente e velocemente -  un partito senza voce, senza gregari, senza avvenire. La vita politica moderna  cos rapida e concitata che il settimanale - anche grande - non basta a comprenderla e a rifletterla. Il quotidiano  necessario. Se i repubblicani contano oggi qualche cosa nella vita politica nazionale, non  gi perch hanno una ventina di deputati, ma perch dispongono di un grande quotidiano che esce tutti i giorni in sei pagine.
Comandini che sa far vivere la Ragione - e di una vita non del tutto ingloriosa - merita invero le targhe della riconoscenza repubblicana. Il Partito Clericale che dieci anni or sono si accontentava di pubblicare dei foglietti settimanali vuoti e cretini uno pi dell'altro, oggi lancia al pubblico dei quotidiani di grande mole e tecnicamente perfetti come Il Momento di Torino, l'Avvenire d'Italia di Bologna, il Corriere d'Italia di Roma. I preti riconoscono tutta l'importanza della stampa quotidiana quando insieme col vescovo di Padova, monsignore Pellizzo, gridano: "Una chiesa di meno e un giornale di pi", o in altri termini: "Meno Cristi e pi giornali". Anche gli anarchici tentarono anni sono di realizzare un loro progetto di giornale quotidiano. Non riuscirono per ragioni che non  qui il caso d'esporre, ma  certo che - non appena lo potranno - gli anarchici italiani - come i loro colleghi buenosairensi - daranno vita a un quotidiano. Tutti i partiti hanno dunque uno o pi quotidiani o cercano di fondarli.
Segno che non v' partito laddove manca il quotidiano. Oggi il giornale  un'arma formidabile.
La borghesia lo ha perfettamente capito e il giornalismo borghese  la migliore trincea della reazione.
 necessario almeno neutralizzare col giornalismo rivoluzionario la mala influenza del giornalismo borghese-conservatore o clericale. Il quotidiano "nostro" s'impone. E non insistiamo con altre considerazioni poich ormai anche l'ultimo degli operai analfabeti sa bene quali grandi battaglie si possono combattere e vincere con un giornale che sia all'altezza degli avvenimenti e della sua missione.
LA NOSTRA STAMPA QUOTIDIANA
Pu essere sostituito l'Avanti! da uno dei quotidiani socialisti che si pubblicano attualmente in Italia? Rispondiamo subito: no. Il pi importante di questi giornali  Il Lavoro di Genova.
Sussidiato dalle associazioni economiche e cooperative degli operai di Genova, Il Lavoro  organo regionale. La sua diffusione  limitata alla riviera ligure. In tutto il resto d'Italia  quasi ignoto.
In moltissime citt non giunge neppure. Non  possibile - senza spostarlo da Genova - tramutarlo in organo quotidiano nazionale. Il Tempo, pi infelice dal punto di vista tecnico e redazionale che Il Lavoro, non pu bastare ai bisogni dei socialisti d'Italia e del resto la sua zona di diffusione  limitata alla Lombardia. Gli altri due quotidiani socialisti: La Provincia di Mantova e La Giustizia di Reggio Emilia sono organi provinciali. Non si pu dunque fare a meno di un organo nazionale che sia il giornale di tutti i socialisti d'Italia: tanto del nord, come del sud.
L'"AVANTI!" ATTUALE
Prima d'indicare i rimedi degli altri e il nostro, non vogliamo guastarci il sangue elencando tutte le manchevolezze tecniche redazionali politiche dell'Avanti! I compagni sono a questo proposito meglio informati di noi. Si dice tutto con questa frase: l'Avanti!  illeggibile tanto nel senso morale come in quello materiale. Il primo rimedio che alcuni medici curanti di questo "organo" cronicamente malato hanno proposto per tenerlo in vita,  quello di fargli cambiare aria. Dall'aria del Tevere a quella delle marcite lombarde. Da Roma a Milano. Ma non manca chi vuol conservare il caro malato dov'egli si trova, forse per farlo morire dove  nato.
Su due citt  dunque impegnata la contesa: Roma o Milano. I compagni sanno che noi ne proponiamo una terza quale "sanatorio" per l'Avanti! cronico, ma prima di esporre le nostre idee, esponiamo, come la modestia vuole, quelle degli altri.
IL GIORNALISMO DELLA CAPITALE
L'on. Turati vuole conservare l'Avanti! a Roma ed  contrario a qualsiasi traslazione. Per lui l'Avanti! deve rimanere nel centro politico-parlamentare d'Italia. E si capisce. Per l'on. Turati l'Avanti! deve continuare ad essere il bollettino dell'attivit parlamentare dei deputati socialisti e deve rimanere a Roma appunto per poter pubblicare in extenso, senza bisogno di spese telegrafiche o telefoniche di trasmissione, i lunghi discorsi dei nostri onorevoli e per tenersi al corrente di tutti gli intrighi politici di corridoio. No, egregio compagno Turati. Anche in questo campo, noi ci permettiamo di non condividere affatto le vostre idee. Roma, citt parassitaria di affittacamere, di lustrascarpe, di prostitute, di preti e di burocrati, Roma - citt senza proletariato degno di questo nome - non  il centro della vita politica nazionale, ma sibbene il centro e il focolare d'infezione della vita politica nazionale. Anche il giornalismo romano,  quello di una grossa citt di provincia, non certo di una capitale. I grandi giornali italiani, non si pubblicano nella capitale politica, ma nella capitale morale - non a Roma, ma a Milano.
Dov' a Roma un giornale che possa competere col Corriere della Sera di Milano e colla Stampa di Torino?  proprio necessario di pubblicare il nostro giornale a Roma? Manco per sogno. Se il nostro giornale, fuori di Roma, non potr riportare per intero i resoconti stenografati dei discorsi postelegrafici o malarici degli on. Turati o Badaloni, poco male. Gli interessati a questi problemi potranno leggerli sui quotidiani borghesi.
Ma il nostro giornale - messo fuori dalle mura eterne - pu vivere, mentre conservato l dentro, muore, malgrado tutti i possibili escogitabili aumenti delle tessere che hanno cominciato veramente a rompere un po' le tasche dei compagni che pagano troppo per un giornale che non leggono. L'esistenza dell'Avanti!  forse assicurata dalla sua diffusione in Roma o nella Bassa Italia? Mai pi. Si tratta di poche migliaia di copie. La zona di massima diffusione dell'Avanti!  l'Italia Centrale, nel triangolo che ha per angoli Ancona, Bologna, Livorno.
Perch conservare un giornale dove non si vende?
Perch ostinarsi a battagliare in una citt anche giornalisticamente infelice? Basta, dunque, con lo stupido pregiudizio unitario per cui tutto, tutto, tutto dev'essere concentrato in Roma - in questa enorme citt-vampiro che succhia il miglior sangue della nazione. Dario Papa si rendeva esattamente conto dell'influenza nefasta che Roma esercita sulla vita nazionale, quando voleva che la capitale d'Italia fosse stabilita a Perugia. Se gli  vero che noi siamo federalisti e partigiani del decentramento politico e amministrativo, cominciamo una buona volta a porre in atto le nostre teorie "decentrando" da Roma il giornalismo sovversivo, sottraendolo al contatto diretto dell'equivoco mondo politico parlamentare, trasportandolo l dove pi fervido  il ritmo della nostra vitalit. Solo in questo modo salveremo il nostro giornale.
Non pi a Roma e siamo d'accordo. Dove dunque? Risponderemo e concluderemo la prossima volta.
POSTILLA
La Direzione del Partito ha deciso di conservare l'Avanti! a Roma. C'era da aspettarselo.
Quando il Gran Lama del riformismo italiano, l'on. Turati, dice una cosa, bisogna ubbidirgli.
Vedremo per gli umori del congresso. Intanto noi continueremo la nostra campagna.
Da La Lotta di Classe, N. 37, 17 settembre 1910, I (d, 331-332).
ALLA VIGILIA DEL NOSTRO CONGRESSO NAZIONALE
IL PROBLEMA DELL'"AVANTI!"
 RISPOSTA ALL'"AVANTI!"
Prima di procedere nell'esame del nostro giornalismo quotidiano, dobbiamo fermarci per rispondere a un trafiletto che ci riguarda comparso nell'Avanti! di luned.
Di un articolo lungo quattro colonne il redattore dell'Avanti! ha stralciato un sol brano, per concederci l'onore di una risposta. E noi replichiamo. Ci si accusa di aver detto bugie e sciocchezze. Vediamo, in coscienza, se siamo meritevoli dell'acre rimproccio. Non ci pare. A smentire che il Bissolati abbia condotto l'Avanti! in fin di vita, il redattore dell'Avanti! cita la migliorata situazione finanziaria del giornale. Ma noi sappiamo che si  giunti all'attivo o al pareggio compilando un giornale illeggibile, sopprimendo le sei pagine anche il gioved e la domenica, riducendo il notiziario, realizzando tutte le piccole economie che vi danno l'attivo in bilancio, ma un giornale passivo pei lettori.
L'attivo sarebbe certamente maggiore ad es. se l'Avanti! fosse uscito in due pagine o in una sola, ma allora nessuno lo avrebbe pi compreso nel numero dei giornali che si rispettano e si comprano.
Il redattore dell'Avanti! riporta quindi il nostro "vituperio" contro Roma e per smentire ancora una volta le nostre affermazioni cita le conquiste elettorali dei socialisti romani! Qui ci vien voglia di ridere! Il proletariato romano che ha "posto le sue mani" sul Campidoglio,  una favola... bloccarda. Chi ha "posto le mani" ecc...  la Massoneria, la quale per bocca del gran Maestro Ettore Ferrari, si rallegrava del trapasso dei "fratelli" dai seggi di Palazzo Giustiniani a quelli del Campidoglio. Ci vuole dello stomaco a gabellare per conquista "socialista" l'Amministrazione popolaresca del Comune di Roma.
E il famoso "proletariato" romano dov'? All'infuori dei muratori e degli operai impiegati della manifattura tabacchi, dov' il proletariato romano? Alla periferia di Berlino, di Londra, di Parigi, di Milano fumano le ciminiere de' grandi stabilimenti industriali e sul vespero lo spettacolo delle lunghe interminabili teorie di operai che riguadagnano i sobborghi vi arresta estatico, quasi sgomento: alla periferia di Roma ci sono le capanne di fango e di paglia in cui si abbrutisce una popolazione di primitivi. Pi oltre, l'agro immenso e incolto.
E l'esiguo proletariato romano  forse socialista? Le sballa in verit un po' troppo marchiane il redattore dell'Avanti!, quando vuole far credere che Campanozzi e Bissolati siano i rappresentanti di due collegi socialisti!
Bisogner dunque gridare ancora una volta che la maggior parte delle schede portanti i nomi dei due deputati socialisti di Roma furono gettate nell'urna da elettori che non hanno mai fatto, n faranno mai, professione di socialismo? Figurarsi!
Anche gli impiegati di Casa Savoia hanno votato per l'attuale direttore dell'Avanti! Cos come i postieri - clericali e monarchici - hanno votato per il loro candidato protesta: l'on. Campanozzi!
Volete una prova della vitalit, del numero, dell'entusiasmo del proletariato socialista romano? Eccovela, calda, calda.
Nel Natale scorso, come di consueto, si  festeggiato l'anniversario della fondazione dell'Avanti! Il programma della festa non comprendeva solo il ballo e la lotteria, ma anche l'inaugurazione della bandiera dell'Unione Socialista Romana con discorsi di Bissolati e Podrecca. La folla delle grandi occasioni non doveva mancare. Ebbene sapete quanto ha dato di utile netto la festa? Cento undici lire (diconsi L. 111,50). Ogni nostro commento guasterebbe.
A Roma - citt di 600.000 abitanti - con un proletariato che ha conquistato (secondo i piaggiatori dell'Avanti!) parzialmente l'Amministrazione comunale e due collegi politici - a Roma una festa di propaganda pro-Avanti! d la mastodontale somma di cento undici lire!!!!
Ci dispiace di aver riempito cinque cartelle per dire queste cose assai semplici, ma ci siamo stati costretti dall'impudenza (questo  il vero nome!) dello scrittore dell'Avanti!
L'UNICO PERCH
Abbiamo letto di questi giorni gli articoli di coloro che vogliono conservare l'Avanti! a Roma. Invariabilmente, con un accordo commovente, vi cantano questa canzone: Roma  il centro della vita politica nazionale. Il pregiudizio unitario non risparmia neppure Paolo Valera. Anche per lui l'Avanti! deve rimanere dov'. Ora come avviene, domandiamo noi, che i pi grandi giornali politici italiani, si stampino non a Roma, ma a Milano, a Torino, a Bologna?
Se Roma fosse il centro del sovversivismo italiano, allora anche noi ci uniremmo a quelli che non vogliono traslazioni dell'Avanti!, ma invece Roma non ha neppure questo primato, n ci fanno pensare diversamente le troppo strombazzate vittorie bloccarde raggiunte con coalizioni di un ibridismo senza eguali e precedenti nella storia.
"L'AVANTI!" A MILANO?
Noi crediamo che il nostro giornale a Milano si troverebbe soffocato dai grandi quotidiani dei quali non potrebbe sostenere la concorrenza (il Secolo ha pi notizie socialiste dell'Avanti!) e correrebbe d'altra parte il pericolo di cadere sotto l'influenza materiale e morale di quella camarilla bancario-giornalistica che sostiene il giornalismo democratico milanese.
Milano  un gran centro d'affari. E il business domina tanto il milanese, come l'immigrato a Milano. Nella capitale "morale" d'Italia, non si  morali circa le provenienze del denaro. L'ambiente milanese - tutto l'ambiente milanese -  ammorbato dall'atmosfera torbida dell'affare. E il socialismo non fa eccezione. Si rischia portando l'Avanti! a Milano di farne un altro giornale clandestino, passivo come il Tempo e di farne un organo ancora pi riformista - bollettino quotidiano della Critica Sociale. Siamo contrari alla scelta di Milano quale sede dell'Avanti!
FIRENZE O BOLOGNA
Per queste due citt parteggia il Lorenzini nella Battaglia che egli dirige a Massa Carrara. Noi escludiamo la prima.
Firenze non ha giornalismo quotidiano. I giornali fiorentini sono una miseria.
Ora il giornalista ha bisogno di essere spronato al lavoro dall'emulazione.
A Firenze mancherebbe. Bologna - che noi indichiamo come sede dell'Avanti! - ha parecchi requisiti degni di essere presi in considerazione.
Anzitutto  una grande citt che va continuamente aumentando la sua popolazione. C' un proletariato industriale in formazione.
Domani quando gli stabilimenti industriali che il Resto del Carlino diligentemente elenca saranno in attivit, Bologna avr grandi masse vergini di proletari industriali. Che Bologna non possa, n debba essere considerata come una citt di provincia, lo dice il suo giornalismo. Il Resto del Carlino ha una collaborazione di primissimo ordine, come nessun giornale della capitale pu vantare. Un giornale dove scrivono Sorel, Labriola, De Marinis, Papini, Prezzolini non pu essere ignorato da quanti vogliono seguire il pensiero dei rappresentanti le pi originali e forti tendenze culturali del mondo moderno. L'Avvenire d'Italia pu cimentarsi coi grandi quotidiani. Il suo clericalismo  cos sapientemente dissimulato da non urtare il pubblico degli indifferenti o degli atei. Del resto  pieno di notizie e a Bologna ha raggiunto una diffusione considerevole.
Per completare questo potente triumvirato giornalistico noi vorremmo l'Avanti! a Bologna. Vorremmo cio cacciarlo a contatto immediato col giornale dell'Agraria e con quello del clericalismo. E tal contatto dovrebbe significare battaglia. L'Avanti! a Bologna sarebbe nel centro pi favorevole per la sua diffusione.
Uscendo al mattino l'Avanti! potrebbe sostenere la concorrenza dei quotidiani di Bologna e di Milano perch giungerebbe prima o contemporaneamente in tutta Italia. Nelle primissime ore l'Avanti! sarebbe venduto in tutta la Romagna, in tutta la Toscana, in tutta l'Emilia. A mezzogiorno sarebbe in Lombardia. Colla direttissima Bologna-Verona, l'Avanti! giungerebbe in poche ore in tutto il Veneto. Ma ci che pi conta si  che l'Avanti! a Bologna si troverebbe nel centro della vita proletaria nazionale, vicinissimo alle plaghe dove si combatteranno in avvenire battaglie economiche che interesseranno tutta la nazione, vicinissimo ancora alle terre rosse di Romagna che contano migliaia e migliaia di socialisti pronti a qualunque sacrificio purch il giornale lo meriti. Il giornale dei socialisti deve stare dove i socialisti ci sono, non dove i socialisti sono... una favola.
Da ultimo ricordiamo che alcuni mesi fa si parl di un trasloco della Ragione da Roma a Bologna.
Comandini non aveva - si dice - gli scrupoli unitari che addolorano i nostri riformaioli. Comandini sapeva e sa che la Ragione vivrebbe meglio a Bologna che a Roma. Non  dunque in alcun modo necessario di pubblicare il giornale del Partito nel centro della vita politica socialista.
IL PROBLEMA REDAZIONALE
Basta coi deputati direttori del giornale!
Il deputato pu e dev'essere collaboratore del giornale, non direttore.  una moda quasi esclusivamente limitata al giornalismo cosidetto sovversivo quella di avere per direttore il deputato. No.
O deputato o giornalista. Non si pu fare l'uno e l'altro. Vorremmo poi una redazione composta di elementi giovani e numerosi.
CONCLUSIONE
Le idee che abbiamo qui succintamente esposte a proposito dell'Avanti!, esporremo domani - ampliandole - al congresso di Faenza. Forse a Faenza non saremo soli. Non c'illudiamo per che a Milano trovi seguito la nostra proposta.  quasi certo che l'Avanti! rimarr a Roma. E come sempre in altri casi avviene, anche l'Avanti! continuer a vivacchiare o perir vittima di un pregiudizio e di una illusione.
Da La Lotta di Classe, N. 38, 24 settembre 1910, I (d, 332-333).
 ESAME DI COSCIENZA
Quando queste linee vedranno la luce, centinaia di rappresentanti di tutti i gruppi socialisti italiani, saranno riuniti a Milano, per l'undicesimo congresso nazionale del Partito.
Congresso che si apre - malgrado l'apparente accalmia seguita nell'aspra contesa delle tendenze - in un momento assai critico pel socialismo contemporaneo e per tutte le ideologie rivoluzionarie.
Chiunque segua abbastanza da vicino le nuove manifestazioni del pensiero moderno, specie in questo primo decennio del secolo ventesimo, s'avvede che un profondo rivolgimento ideale sta per compiersi o  gi - potenzialmente - compiuto.
Valori morali, politici, religiosi, rivoluzionari, che pur ieri venivan respinti come avanzi ingombranti del passato, tornano oggi in onore. Dottrine scientifiche la cui verit pareva ieri indiscussa, sono oggi battute in breccia dalla critica inquieta e demolitrice. Uomini che la storia pareva avesse per sempre relegati nella penombra ci balzano incontro per indicarci le vie dell'avvenire. Gli stessi metodi della scuola positivista non bastano pi e il positivismo come sistema divenuto stella di ultimissimo ordine, nel cielo della filosofia, volge melanconicamente al tramonto.
 naturale che il movimento proletario e socialista in genere soffra di questa crisi diffusa e profonda della coscienza contemporanea. Noi sentiamo bene che le vecchie credenze dogmatiche sono superate, ma nello stesso tempo temiamo le insidie dei nuovi dottrinari che tendono a rialzare i valori morali della societ borghese, sopratutto nel campo della religione e in quella del patriottismo.
Per uscire dalla crisi che ci travaglia, per trovare l'equilibrio tra le forze del passato e quelle dell'avvenire, non crediamo che sia necessaria la creazione di un altro sistema di ben congegnate dottrine, la predicazione di un nuovo vangelo. No.  necessario che il socialismo ritorni movimento, battaglia, azione che impegni tutti i giorni la classe proletaria contro la classe borghese.
Combattere costruendo: questa pu essere la divisa dei socialisti che partano risolutamente in guerra contro la societ attuale.
Se il congresso di Milano sapr darci le indicazioni necessarie a tradurre questa divisa nei fatti, se dal cozzo delle idee balzer chiara - in tutta la sua inesorabilit - la nozione dinamica del socialismo, se il congresso di Milano giover a rialzare i nostri spiriti, a riaccendere i nostri entusiasmi, a dileguare lo scetticismo stanco degli sfiduciati, il congresso di Milano non sar stato senza importanza per l'avvenire del nostro partito.
Da La lotta di Classe, N. 42, 22 ottobre 1910, I (b, 112).
 DOPO IL CONGRESSO DI MILANO
Il congresso di Milano non ha realizzato le nostre speranze, non ha rialzato i nostri spiriti, riaccesi i nostri entusiasmi, dileguato lo scetticismo stanco degli sfiduciati come ci auguravamo nell'ultimo numero di questo giornale. Sappiamo bene che la profonda crisi che ci travaglia non poteva essere risolta da un congresso, ma dal congresso per ci dovevano venire le indicazioni per risolverla.
Niente di tutto ci. Il riformismo possibilista ha ancora una volta trionfato. Turati ha vinto. Vittoria facile, poich mancava un Labriola a contendergliela.
Il congresso  stato una grande inutile accademia. Invece di cominciare a discutere il passato come logica e buon senso imponevano, i riformisti hanno voluto procurarsi una specie di alibi politico-morale facendo discutere e approvare dal pecorame devoto i criteri generali della politica socialista e rendere quindi superfluo ogni esame dell'opera compiuta. Respingendo l'inversione all'ordine del giorno il congresso s'imbarcava nel gran mare dei princip, delle teorie, delle parole e per tre giorni lunghissimi oratori d'ogni tendenza hanno rovesciato sull'uditorio un diluvio di frasi. Ognuno faceva la sua conferenza e a seconda degli oratori vi pareva di essere nelle tribune di Montecitorio o in una piazza. Pochi si limitavano a dire il necessario, a comunicare le loro idee, semplicemente senza frange rettoriche; quasi tutti invece "oravano" nel senso classico della parola, si scambiavano l'un l'altro grandi elogi, facevano appello al loro passato... Come se tutti non avessero un passato: da Ferri a Briand!
Dopo al voto sull'inversione dell'ordine del giorno, tre tendenze si profilarono con abbastanza chiarezza: riformisti di destra, riformisti di sinistra o intermedi, rivoluzionari. Corrispondenti ciascuna al socialismo di stato, al socialismo democratico, al socialismo rivoluzionario.
I riformisti di destra parlarono per bocca del Reina, del Cabrini e del Chiesa. Costoro si sono riconciliati pienamente colla societ borghese. Il loro riformismo ha ucciso il socialismo. Cooperative e legislazione sociale. Il loro socialismo  qui. Cabrini e Reina hanno fatto dichiarazioni di una gravit estrema. Cabrini ha gi l'oratoria di un sottoministro. Addio entusiasmi d'un tempo. La praticit ha ricacciato nell'ombra l'ideale. Nessuno dei trenta e pi oratori passati alla tribuna ha parlato di lotta di classe e di espropriazione della borghesia. Nessuno ha parlato dell'epulone capitalista. Bastano le briciole della sua filantropia. Quando Morgari ha - con bell'impeto oratorio - invocato il faro dell'idea, il congresso  rimasto freddo. Qualcuno sogghignava. A queste nostalgie  refrattario il Partito Socialista Ufficiale passato nel campo della democrazia possibilista, radicale, di governo, il Partito Socialista con tutti i suoi postulanti al parassitaggio statale.
Dopo Turati - che nei suoi discorsi  stato brillante, spiritoso, ma di una superficialit eccessiva - Bissolati ha steso l'atto di decesso del Partito Socialista Italiano. L'ex direttore dell'Avanti! ha dichiarato che il Partito Socialista  una superfetazione, un ramo secco, un organo inutile.
Il socialismo non sar realizzato dal Partito Socialista... Ma qual socialismo? Il vecchio socialismo dell'Internazionale? No. Il socialismo della Confederazione generale del lavoro. Ah! Ah! C' da ridere. La nostra Confederazione del lavoro non  figlia degenere del socialismo italiano: anch'essa  ammalata di sifilide costituzionale. (Nel senso medico e monarchico. Ricordare le visite del re alle istituzioni operaie riformiste del Genovesato).
Nel discorso di Bissolati sintomatica l'assenza completa di ogni accento avvenirista. Nessuna vibrazione sentimentale. Il Bissolati  stato preciso, freddo, stanco come l'uomo che dopo aver usato e abusato di una femmina la pianta all'angolo di una strada, proseguendo oltre e non si volta indietro mai pi.
L'importanza del discorso di Bissolati non  sfuggita agli organi della borghesia. Dopo lunga decennale profanazione i riformisti italiani consegnano il Partito alle classi nemiche... Un simulacro di Partito.
* * *
Come a Firenze anche a Milano  sorto l'integralismo sotto la protezione del Salvemini, del Modigliani, del Morgari. Questo integralismo  il solito fritto misto con patate. Rappresenta l'equivoco perch vuol conciliare nelle formule di un ordine del giorno due concezioni diametralmente opposte del divenire socialista. Questo integralismo non  sufficentemente differenziato dal riformismo per avere diritto di chiamarsi tendenza e del resto il congresso lo ha bocciato.
Che cosa  il rivoluzionarismo?  il ritorno al socialismo. Campioni della nostra tendenza sono stati il Lazzari e il Ciccotti. Il primo si  richiamato alle tavole della legge votate al congresso di Genova del 1892.
Il secondo ha documentato le deviazioni e i tradimenti della politica parlamentare riformista. Ma i loro sforzi non hanno modificato le posizioni iniziali. Il riformismo doveva vincere e ha vinto.
* * *
Vittoria piena? No. I 18.000 voti riformisti di Firenze, sono scesi a 12.000. I 5000 rivoluzionari del 1908 sono saliti a 6.100. Vittoria piena? No. Il Turati ha dovuto modificare il suo ordine del giorno, contorcerlo per accontentare le esigenze elettorali dei ravennati. I suoi luogotenenti sono corsi all'accattonaggio dei voti come galoppini di ministri pericolanti. Stomachevole  stato questo lavoro di corridoio, questo armeggio segreto e palese fatto per assicurare la vittoria di un uomo.
Ma il sigillo del congresso socialista di Milano  nella sua insensibilit morale. Non c' da stupirsene data la composizione dell'assemblea. Altro segno che distingue questo da altri congressi  la sua deficenza colturale, e la sua povert d'idee. Quando la Balabanoff parlava di "concetti teorici", di "marxismo tendenziale" le bocche si aprivano allo sbadiglio. Molti sorridevano di compassione.
* * *
Questo congresso non ha opposto la barricata ostacolatrice alla corsa pazza del riformismo. Ormai la liquidazione  completa. Da Giolitti a Luzzatti, da Luzzatti al Briand italiano che verr forse dal mare.
O uomini piccoli e grandi di governo che avete un giorno decretato carcere e domicilio coatto per i socialisti, o banchieri che qualche volta avete trepidato per il contenuto delle vostre casse forti, o coscienze inquiete d'ogni risma che scorgevate nel Partito Socialista lo smascheratore delle vostre vergogne, o temperati borghesi, o grandi capitalisti, o parsimoniosi bottegai cui ripugnava il socialismo negatore di propriet, o militaristi patriotti e patriottardi che nel socialismo combattevate l'Internazionale accomunatrice delle patrie nel gran cerchio dell'umanit, o voi tutti che il socialismo avete odiato, o voi tutti che il socialismo avete amato e amerete, venite, venite!
C' qua, sul palcoscenico della commedia politica della terza Italia un grande cadavere: il Partito Socialista Ufficiale.
Bisogna seppellirlo?
IL MIO DISCORSO AL CONGRESSO DI MILANO
Gli oratori forlivesi non sono molto fortunati in quelle che pomposamente si chiamano le "Assisi nazionali del Partito Socialista Italiano".
Il mio predecessore fu, mi sembra, fischiato; io sono stato urlato. C' una differenza abbastanza notevole fra il fischio e l'urlo, ma non vogliamo perdere ora il nostro tempo a rilevarla.
Confesso che il mio discorso  stato abbastanza ascoltato, quando si pensi che io non sono, n sar mai noto come uno dei giocolieri di Montecitorio.
Il mio discorso fu del resto cos poco intonato alla sinfonia generale, suonava cos ereticale in quel grande salone dall'architettura composita di chiesa e di officina, pochi giorni innanzi ufficialmente consacrato dalle autorit legali, che io debbo meravigliarmi di non essere stato... lapidato.
I giornali quotidiani poi, eccezione lodevole fatta per il Corriere della Sera, il Momento di Torino e Secolo, seconda edizione, hanno mutilato ci che ho detto. Per il Giornale d'Italia io sono "un autentico contadino dall'oratoria a scatti (vorrei esserlo!); per il Momento di Torino che scherza sulla mia omonimia col brigante calabrese io "non ho nulla di terribile, ma parlo semplicemente e con grande arguzia"; per la Ragione di Roma io sono un "sindacalista individualista"; per... Ma basta. Tanto ci non ha valore; serve appena ad illustrare i sistemi dei reportage giornalistico italiano.
Anche sul modo come  stata accolta la chiusa del mio discorso i pareri sono discordi. Il Carlino assicura che ho dovuto abbandonare la tribuna fra grida e proteste, mentre invece il Momento dichiara che sono stato applauditissimo e che le mie riserve circa la portata del concordato di Ravenna hanno fatto "grande impressione". Eguali applausi mi tributano il Corriere della Sera, il Secolo, il Giornale d'Italia, ma per la Tribuna di Roma io invece ho dovuto troncare il mio discorso in seguito "alle risate del congresso". Come si vede... l'accordo  commovente.
Tutti i giornali convengono nel dichiarare brevissimo il mio discorso. Certo, paragonandolo alle orazioni dei deputati, sono stato telegrafico. Ma dopo venti ore di chiacchiere, un po' di concisione non faceva male. Mi sembrava che bastasse enunciare le idee senza contorno di frasi dichiarative inutili in un congresso dove i non-intellettuali si numeravano sulle dita di una mano.
Ad ogni modo io riporto qui, per coloro che mi hanno mandato a Milano, e che non han tempo di leggere i quotidiani, il discorso che ho pronunciato. Sono lieto di averlo pronunciato, quantunque sappia e sapessi che le cotenne dei socialisti ufficiali sono ormai insensibili a qualunque frustata.
...
"Sar breve in primo luogo per ottemperare alle raccomandazioni del presidente, poi per non allungare pi oltre questa discussione che ricorda da vicino quelle dei concili eucumenici dell'alto medio evo. Del resto io porterei una nota stonata e stridente in questo congresso dove tutti parlano in sordina. Per ci il mio nome figura in calce all'ordine del giorno Lazzari. Far poche dichiarazioni per aforismi.
"Agli oratori che mi hanno preceduto rispondo che anche senza deputati il Parlamento vivrebbe lo stesso; che il suffragio universale non dev'essere misura tanto rivoluzionaria dal momento che nazioni a impalcatura feudale clerico-militarista come Germania e Austria lo hanno in vigore; che la legislazione sociale  ben lungi dall'essere il socialismo... (Reina: "Vedi la Germania!").
"La Germania ha solo una legislazione per gli operai industriali,  la nazione che ha una profonda e antica e applicata legislazione sociale, l'Inghilterra  molto lontana dal socialismo, non solo, ma, non ostante la legislazione sociale, ci sono in Inghilterra non migliaia ma milioni di miserabili e di affamati.
"Gli scioperi quando sono scoppiati, bisogna sempre attuarli. Il caso citato dal Reina  disgraziato. Non bisogna fomentare oltre misura l'egoismo degli organizzati tesserati.
"Si attende con una certa ansia il voto dei socialisti romagnoli. Ebbene ieri sera ci siamo riuniti, ma non ci siamo intesi, cosa che capita spesso. Noi socialisti forlivesi voteremo l'ordine del giorno Lazzari, per coerenza, poich soltanto l'intransigenza, non l'autonomia dei riformisti, risponde a quanto i compagni romagnoli hanno gi deliberato a Faenza. In Romagna non  avvenuto nulla di nuovo per mutar pensiero. La portata del famoso patto  limitatissima, tanto  vero che non investe nessuna questione di principio relativa alla propriet delle macchine e alla coesistenza di due Camere del lavoro.
"Dichiarazioni in questo senso si leggono nella Libert, organo dei repubblicani ravennati. Il concordato non  che una tregua consigliata da alte ragioni di umanit e di prudenza, per evitare un sanguinoso conflitto.
"Niente altro. Domani continuer la lotta.
"Del resto il concordato, annunciato con troppa premura dalla signora Altobelli, non  stato ancora accettato dalle organizzazioni interessate. Soltanto quando i repubblicani avranno stracciato il quinquennale patto del tradimento stipulato coll'Agraria, allora, ma allora soltanto, voi signora Altobelli potrete parlare di "isolamento" dell'Agraria.
"Non bisogna pi oltre nascondere i veri caratteri della nostra lotta che non pu essere riformistica e che i riformisti italiani non hanno ancora capito. (Violente denegazioni e grida).
"S non l'avete capita e per questo ci avete dato una solidariet piagnona che noi respingiamo. Quanto al Partito Socialista Ufficiale esso  ormai una grande ditta, se volete, farmaceutica, che s'avvia al fallimento.
"I rappresentanti non fanno nulla e noi invece di licenziarli, rigettiamo la responsabilit sulle cose. Ci sono stati dei fatti tipici. Un deputato socialista ha domandato al re un premio per una corsa ciclistica. (Voci: "Chi ?").
"L'on. Canepa. Un altro, il Samoggia, aderisce al banchetto del giolittiano Facta, un terzo si  fatto intervistare da tutti i giornali borghesi d'Italia per poter comunicare le sue malignazioni sui socialisti romagnoli. E potrei continuare. Ma v' un fatto per me, ben pi grave. In un solo mese l'on. Luzzatti ha fatto scivolare in bilancio un aumento di 61 milioni di nuove spese militari, senza che un cane di deputato socialista abbia protestato. Mai gruppo diede pi scandaloso esempio di insensibilit morale. Insensibilit ch' ormai nel Partito, che passa sopra acquiescente alle gesta dei suoi capi. Qui si  venuto a magnificare la patria.
"Il clich del "nemico alle frontiere" serve a pompare il sangue e la miseria del proletariato.
"V' un documento segnalatore della degenerazione del riformismo italiano.
"Il Temps ha detto che se invece di Jaurs ci fosse stata in Francia una quipe (squadra) di riformisti italiani lo sciopero dei ferrovieri non sarebbe scoppiato. (Podrecca: "E avrebbero fatto bene!").
"Riformisti di cartone... (Il tumulto cagionato dall'interruzione dura qualche secondo).
"Continuate pure la vostra politica del piatto di lenticchie. Fra poco il benservito della borghesia repubblicana di Francia avr un duplicato: quello della borghesia monarchica italiana".
NOTA BENE
Questo duplicato  venuto pi rapidamente di quanto non credessi. Il Corriere della Sera commentando il voto vittorioso pei riformisti, stampa queste sintomatiche parole:
"Quella di ieri  stata dunque una vittoria riformista. Ma se questa vittoria dev'essere onesta con se stessa, se la crisi che tuttora permane nel Partito deve essere superata, occorre che il processo logico che l'on. Bissolati ha riassunto nel suo discorso vada oltre la difesa di una determinata azione parlamentare, occorre una vera e propria revisione. I riformisti dovranno fermamente affrontare la questione della loro situazione verso lo Stato e verso i maggiori problemi nazionali, dovranno fare l'esame di tutte le colpe passate, gravissima quella di aver favorita l'agitazione degli impiegati, e di aver ceduto talvolta ad imposizioni non tanto di organizzazioni operaie, quanto di agitatori politicanti che le guidavano. E rivedere, ispirandoli a criteri di responsabilit pratica, tutti i loro atteggiamenti retorici o negativi nei maggiori problemi della politica, quella estera, la politica militare, coloniale, religiosa".
Avete inteso? Questo  un "vienimeco" in piena regola.  la sirena Luzzatti che parla e invita, attraverso la prosa del grande giornale lombardo, la riformisteria italiana. Avanti, dunque! Le classi abbienti, le istituzioni costituite accettano ormai la collaborazione del socialismo ufficiale. Gi gli ultimi pudori, o riformuncoli, per il bene inseparabile del re e della patria.
IL VOTO
L'ordine del giorno Turati ha riportato 12 mila voti, quello Modigliani 4 mila, quello Lazzari 6 mila. I rappresentanti della nostra provincia hanno votato quasi tutti per Lazzari, nessuno per Turati. I rappresentanti della provincia di Ravenna si sono divisi; alcuni hanno votato per Lazzari, moltissimi si sono astenuti, la maggioranza ha votato per Turati. Lupi a Faenza, pecorine a Milano. L'ordine del giorno Turati non salva neppure l'intransigenza elettorale trionfalmente deliberata a Faenza. Si tratta di un invito platonico. Ond' che il contegno di molti delegati di Ravenna, i quali dopo a un mese solo si sono rimangiati gli ordini del giorno di Faenza,  stato grottesco e ha dato luogo a molti non benigni commenti. Non sappiamo invero per quali segrete virt di riformismo si possa predicare la lotta di classe in Romagna e votare per la collaborazione di classe a Milano.
DOPO AL VOTO
I rappresentanti della nostra frazione si unirono in gran numero marted mattina per decidersi il da farsi.
Rimanere nel Partito o andarsene? Su questo dilemma s'impegn una vivacissima discussione. Ebbe per primo la parola il nostro Direttore. Egli prospett con poche parole la situazione e dichiar che i rivoluzionari dovevano abbandonare ufficialmente il Partito:
1. per non essere complici della sua inevitabile ulteriore degenerazione;
2. per sottrarre forza morale e materiale ai riformisti;
3. per evitare "i casi di coscienza" di molti compagni rivoluzionari decisi a uscire individualmente dal Partito.
In questo senso, appoggiando la proposta Mussolini intesa ad agitare nelle sezioni e nelle federazioni l'uscita dei rivoluzionari dal Partito, parlarono l'avvocato Belloni di Alessandria, Trematore, segretario della Camera del lavoro di Foggia e Zerbini di Roma, che presiedeva l'assemblea.
Parlarono contro Francesco Ciccotti, Alessandri, Lazzari il quale pur dichiarando che "il Partito Ufficiale Italiano si  dimostrato una fabbrica di futuri Briand", dichiar prematura e pericolosa l'uscita dal Partito.
Mussolini dopo aver affermato di sottomettersi alle decisioni della maggioranza della frazione dichiar - personalmente - che non intendeva di assumere nessuna responsabilit coi riformisti. Si dimostr scettico sui risultati del prossimo biennio di pratica riformista. Concluse invitando gli amici a non accettare cariche ufficiali nel Partito.
Dopo una dichiarazione dell'on. Elia Musatti che si associ alla nostra frazione, per meglio marcare la nostra separazione morale dal Partito Ufficiale, Francesco Ciccotti present la dichiarazione seguente che venne approvata all'unanimit:
"La frazione rivoluzionaria del Partito Socialista, dopo al voto sui criteri generali dell'azione socialista, richiamandosi ai concetti espressi nella discussione dai propri rappresentanti; mentre dichiara di rimanere nel Partito ispirandosi agli alti interessi della unit del proletariato e per impedire che esso definitivamente sia trascinato a diventare un Partito di governo e di adattamento borghese; dichiara altres di separare nettamente la propria responsabilit da quella della parte riformista di fronte al proletariato".
Accanto alla Direzione del Partito Ufficiale, funzioner in Roma la Commissione esecutiva della frazione rivoluzionaria, la quale si compone di cinque membri e cio: Zerbini, Vella, Lerda, Ciccotti, Mantica. Ai quali cinque si aggregano l'on. Musatti e Lazzari.
Vien pure deliberata la fondazione di un grande settimanale in Roma che dovr uscire coi primi del 1911 e si lascia incarico alla C. E. di presentare nel pi breve termine di tempo possibile un progetto concreto.
A corrispondenti fiduciari delle diverse regioni si scelgono: per il Piemonte, Ambrogio avvocato Belloni di Alessandria e Oreste Mombello di Biella; per la Lombardia, Ines Bitelli di Gallarate e Spagnoli Antonio di Arcisate; per la Svizzera, Serrati; per il Veneto, Cesare Alessandri di Venezia; per la Liguria, Benedetto Calcagno di Voltri, Giovanni avv. Bruno di Oneglia, Moibo Lorenzo di Savona; per il Mantovano, Giovanni Bacci; per l'Emilia, Enrico Mastracchi; per la Romagna, Benito Mussolini di Forl, Cesare Goffarelli di Ravenna; per la Toscana, avv. Michele Terzaghi di Firenze, avv. Arrigo Gianni di Siena; per le Marche, Tito Melai di Pesaro; per le Puglie, Euclide Trematore di Foggia, avv. Lefemine di Bari; per il Napoletano, Venditti di Napoli; per la Sicilia, avv. Michele Losardo di Messina; per la Sardegna, Ugo Pesci.
Tra questi compagni quattro sono segretari delle Camere del lavoro di Carpi, Venezia, Foggia, Ravenna.
Nell'attesa del nostro settimanale nazionale i comunicati della nostra Commissione esecutiva verranno pubblicati sui seguenti giornali della Frazione Rivoluzionaria: L'Idea Nuova di Alessandria, il Contadino di Mortara, l'Avvenire del Lavoratore di Lugano, Il Nuovo Ideale di Varese, La Lotta di Classe di Gallarate, il Secolo Nuovo di Venezia, La Lotta di Classe di Forl, La Lima di Oneglia, La Conquista di Bari, Il Riscatto di Messina.
Ed ora, all'opera!
LA QUESTIONE MASSONICA
 rimasta insoluta. Ha dato luogo a una vivacissima discussione, ma, data l'ora e l'eccitazione degli animi, non si poterono prendere decisioni di sorta. Il congresso ha rinviato la questione al referendum. Intanto abbiamo potuto constatare che la influenza deleteria della Massoneria ha gi conquistato il Partito Ufficiale e tiene la mano sulle grandi organizzazioni economiche. Basti il ricordare che i segretari di tre importantissime Camere del lavoro, come quelle di Milano, Terni, Roma, si sono dichiarati pubblicamente massoni e sono quindi, nelle logge, a contatto immediato e solidale con banchieri, funzionari, giornalisti, alti poliziotti della borghesia. A Roma, a Milano, a Torino esistono logge massoniche operaie. Ormai nessuno osa nascondersi il pericolo massonico.
Bisogna forzare i massoni a uscir dal Partito. Sar questa una delle misure eroiche che potranno rigenerarlo.
ATTO DI SOLIDARIETA
Riportiamo il seguente ordine del giorno che  stato approvato per acclamazione.
"L'XI congresso socialista italiano, edotto delle condizioni speciali in cui la lotta socialista e proletaria va svolgendosi in Romagna, e degli atteggiamenti antiproletari assunti col dal Partito Repubblicano su cui grava la responsabilit di avere scisse le forze della organizzazione operaia a vantaggio della reazione capitalista ed agraria; plaudendo entusiasticamente alla generosa ed eroica resistenza dei braccianti della Camera del lavoro di Ravenna esplicata in difesa degli ideali di emancipazione proletaria e dei principi fondamentali dell'organizzazione, e all'opera che in tutta la Romagna compie il Partito Socialista per gli stessi fini lottando diuturnamente contro il medesimo Partito; dichiara tutta la propria solidariet coi socialisti romagnoli; e impegna le sezioni tutte del Partito Socialista - ogni qualvolta esse siano chiamate a decidere sulla tattica elettorale locale, a ricordare che l'opera reazionaria e krumira dei repubblicani di Romagna sul terreno economico non fu sconfessata n dalla Direzione, n dalla stampa, n da una sola sezione repubblicana d'Italia - a regolarsi in conseguenza".
Da La Lotta di Classe, N. 43, 29 ottobre 1910, I (b, 113).
 TRA L'ANNO VECCHIO E IL NUOVO
Quando or fa un anno un grande manifesto annunci l'uscita del nostro giornale, le sibille forlivesi sfogliarono le margherite chiedendo: Vivr, non vivr? Gli esperimenti del passato antico e recente sembravano confortare l'ipotesi pi lugubre; il foglio socialista sarebbe morto d'inedia dopo alcune settimane di vita pi o meno angustiata. Ma gli oroscopi sono stati fallaci. Dopo un anno di battaglie, questo foglio di carta che esprime materiate le nostre idee e le nostre speranze,  pi vivo di prima e con garretti pi solidi e con polmoni dal ritmo pi ampio e con pi lucida visione si appresta a camminare sulle vie del 1911. Dopo un anno di lavoro, sentiamo che la nostra coscienza di nulla ci rimorde. Abbiamo tenuto fede al nostro programma: nessuna soluzione di continuit fra il nostro manifesto e l'opera da noi esplicata nei cinquantadue numeri del giornale! Tornare alle origini!, fu il grido col quale chiamammo a raccolta i socialisti del Forlivese e alle origini purissime del nostro movimento siamo tornati. Dicemmo che bisognava riagitare quel bandierone delle finalit socialiste che il riformismo vuole sepolto negli armadi capaci della democrazia bloccarda e abbiamo di conseguenza famigliarizzato i nostri lettori operai coi concetti di sciopero generale e di espropriazione della borghesia. Dichiarammo che l'antimilitarismo prudente di molti sovversivi celava un equivoco che bisognava sventare predicando l'anti-patriottismo e abbiamo battuto in breccia l'idea di patria, e abbiamo smascherato il pregiudizio patriottardo.
Affermammo che l'anticlericalismo tradizionale doveva essere completato coll'anti-religiosismo e le nostre idee trovavano piena conferma in un congresso della nostra Federazione che vietava ai socialisti di compiere pratiche religiose e di tollerarle nei figli. Rivendicammo sin dal primo momento l'autonomia completa della nostra azione politica antitetica a quella di altri partiti e ci siamo scissi violentemente dal Partito Repubblicano e abbiamo combattuto il bloccardismo invadente e la Massoneria - laica frateria! - artificiale incubatrice dei blocchi. Sorgemmo con programma di critica e questa critica noi l'abbiamo esercitata, senza veli, senza eufemismi, senza limitazioni, su noi stessi, sui nostri uomini rappresentativi, sui nostri congressi regionali e nazionali.
Non abbiamo avuto ritegni o riguardi: abbiamo sdegnato anche il solo contatto personale coll'onorata societ forlivese che pontifica nei caff o trama nella Loggia e il nostro splendido isolamento che non conosce amicizie e quelle antiche va eliminando, ci permette di usare liberamente la nagaica fustigatrice. I nostri nemici sono naturalmente cresciuti di numero, se non d'audacia o di potenza, e gli odi personali che non trovano sfogo negli articoli, s'appiattano in fondo al litro degli sbevazzatori gialli che mandano per sottoscrizione le loro residuali scolature. E accanto a coloro che ci detestano, ci sono quelli che ci tollerano, ma la canea villana e impotente non turba il pulsare del nostro cuore. Chi sta sulla piattaforma della vita politica senza inimicarsi con qualcuno,  un vigliacco o un idiota! Chi sta sulla piattaforma della vita politica dev'essere pronto a tutte le battaglie, a tutte le amarezze, a tutte le lapidazioni: deve - quando occorra - bere il calice amaro sino alla feccia; bere, ma senza smorfie, senza paura, senza rimpianti, colla calma imperturbata di uno stoico greco.
...
Abbiamo dunque fatto un giornale perfetto? No. Noi conosciamo prima degli altri le manchevolezze dell'opera nostra. A chi vorrebbe un giornale pi filosofico, pi dottrinale osserviamo che La Lotta di Classe  uno dei pochi giornali che abbiano preoccupazioni d'indole culturale. E ancora bisogna ricordare che il pubblico al quale ci dirigiamo non  composto di universitari, ma di contadini e braccianti mediocremente analfabeti. A chi vorrebbe un giornale di volgarizzazione tipo Seme o Sempre avanti per gli umili e pei pratici, diciamo che la Romagna, dopo quarant'anni di propaganda socialista, ha superato la fase dell'evangelismo, della semplificazione rudimentale e pu affrontare - anche per le esperienze avvenute nel campo economico - pi complessi problemi. A coloro che s'aduggiano per le polemiche personalistiche- inevitabili! - rispondiamo che le idee ci sono in quanto ci sono gli uomini che le creano e le sostengono. Sopprimete l'umanit e allora non avrete pi idee, n battaglie attorno alle idee, n personalismi attorno agli uomini banditori d'idee. Ai buoni cittadini che lamentano l'assenza della cronaca locale, ricordiamo che nei settimanali la cronaca cittadina  un superfluo, specie nelle piccole citt, dove il fatto prima di essere fissato sui giornali corre su tutte le bocche. Abbiamo prevenuto i nostri critici, poich in realt critiche non ci vennero mai comunicate. Tuttavia noi daremmo ragione, toto corde, a chi ci rimproverasse il nostro quasi assenteismo dalla vita municipale.  vero. Ci siamo scarsamente interessati delle vicende amministrative e politiche della repubblica forlivese. Ma quando si rievochi la storia dell'anno che sta per morire - storia ricca d'agitazioni economiche, che hanno diretto altrove la nostra attivit - quando si pensi che la redazione di questo giornale si riassume nell'unica persona che scrive queste righe, si trover che l'assenteismo pi sopra lamentato merita... la condanna, ma col beneficio della legge Ronchetti o legge del perdono. Non abbiamo fatto un giornale perfetto, n del resto la perfezione  cosa raggiungibile, ma abbiamo cercato di avvicinarci al modello ideale: e di tener fede sopratutto alle nostre promesse.
...
Che l'opera nostra non sia stata inutile, lo prova il cerchio di simpatia convergente verso La Lotta di Classe. Il giornale ha gi varcato i confini angusti del collegio politico: da Rimini a Faenza, da Galeata a Fusignano non v' paese che non abbia abbonati e lettori del nostro giornale. La tiratura ordinaria che supera - checch si dica in contrario - quella di tutti gli altri periodici della Provincia,  in continuo aumento. Ma v' un altro termometro che segna i gradi della simpatia che un giornale suscita tra i suoi lettori: la sottoscrizione. Ora la nostra sottoscrizione ha raggiunto una cifra superba!
Queste sono le prove tangibili: quelle che inchiodano col documento gli avversari cattivi o malignanti. Ma altre prove ci sono, d'ordine pi delicato, che solo noi possiamo avvertire, noi che viviamo a contatto diretto col nostro pubblico. Noi sentiamo bene che La Lotta di Classe  ormai entrata nelle abitudini dei socialisti della citt, dei paesi, delle campagne; noi sappiamo che al sabato mattina i socialisti attendono La Lotta di Classe come si attende un amico che vi parler buone e veritiere parole; noi sappiamo che al sabato sera nei circoli si legge, si commenta ci che sul giornale sta scritto; noi sentiamo che i socialisti considerano ormai questo giornale come la loro anima collettiva, vigilante e pugnace.
Questo consentimento, largo, sincero e costante dei compagni  la nostra forza. Dietro questo giornale non c' una massa grigia, amorfa, incolore, indefinibile, inclassificabile, ma c' un Partito. Ci sono quaranta sezioni socialiste, dodici gruppi giovanili, uno femminile. Ci sono 1800 socialisti. E la loro modestissima quota che paga il giornale. Non ci sono fra noi i benefattori. Ognuno fa il suo dovere. E se cos non fosse, noi ci sentiremmo umiliati. Perch il giornalismo non  per noi un mestiere, ma una missione. Non siamo giornalisti per lo stipendio. In questo caso non ci sarebbero mancati posti migliori. Il giornale non  per noi uno straccio di carta che bisogna riempire settimanalmente con quello che capita. No. Il giornale  per noi il Partito.  una bandiera.  un'anima. Questi convincimenti reggono da un decennio l'opera nostra e ci guideranno nel 1911. La nostra promessa  tutta qui. La manterremo, ma, se per impreveduti motivi, non fosse possibile, oh allora noi, che non pensiamo di essere o di diventare i canonici inamovibili e pensionabili delle organizzazioni politiche, saremmo i primi a gridare agli amici: Ventilate gli ambienti! Cambiate gli uomini!
Da La Lotta di Classe, N. 52, 31 dicembre 1910, I (a, 482).
 PROFETI E PROFEZIE
Premettiamo. Carlo Marx non  necessario al socialismo. Anche quando si dimostrasse che il Pensatore di Treviri  stato un imbecille e si riuscisse veramente a polverizzare le sue dottrine, il socialismo continuerebbe egualmente la sua marcia trionfale nel mondo dei lavoratori. Noi non siamo n teologi, n sacerdoti, n bigotti del verbo marxista. I "sacri testi" sono ancora oggetto di vasta contesa ed  assai sintomatico ad ogni modo che attorno al "profeta fallito" si continui a discutere e si scrivano ponderosi volumi.
Marx dev'essere ancora vivo e temibile, se tanti beccamorti s'affannano a segnargli l'atto di decesso nello Stato Civile delle dottrine economiche. Tronchiamo il preambolo e ribattiamo la confutazione del Pensiero Romagnolo il quale giura sul "sacro testo" di Arturo Labriola.
L'articolista afferma che il fenomeno dei miliardari d'America  dovuto semplicemente alla "legge di relativit". Ecco un rebus. Una legge che produce un fenomeno. Noi abbiamo sempre creduto che i fenomeni determinassero le leggi.
 la caduta dei gravi che provoca la legge di gravit, e non... viceversa.
Ad ogni modo l'accentramento di grandi fortune in poche mani,  un fatto, almeno per gli Stati Uniti, incontestato. I Morgan e simili personaggi non sono figure rettoriche. Che Carnegie poi disponga dei suoi milioni per biblioteche e istituzioni d'indole umanitaria,  affare che non interessa l'economia pura. Quanto poi "agli alti e sempre pi alti salari" del proletariato americano che dovrebbero smentire la teoria della crescente miseria, osserviamo con Werner Sombart dell'Universit di Breslavia, nel libro Perch non vi  socialismo negli Stati Uniti?, che in "nessun luogo del mondo l'operaio salariato viene sfruttato dal capitalismo come nella Repubblica delle stelle", la quale, aggiungiamo noi, ha come l'Inghilterra milioni di miserabili. (A New York, nel giugno scorso, si tenne un mercato di schiavi). Enrico Leone, a pagina 49 del suo volume Il Sindacalismo, scrive:
"Il riformismo non fu in grado di dedurre dalle statistiche una legge diversa da quella del concentramento capitalista: arriv soltanto a concludere che esso non si operava colla opinata celerit".
Dunque, fissiamo. Le statistiche smentiscono i revisionisti, non le previsioni marxiste. Il concentramento avviene, solo va pi lentamente. E lo stesso Leone, a pag. 49, aggiunge:
"N vale dire che la condizione degli operai  migliorata, che il loro salario si  elevato, per concludere che la legge del crescente antagonismo fra capitale e lavoro  falsa. Il presagio di Marx trov una conferma nei fatti non una smentita".
Il Plekanoff, uno dei pi autorevoli marxisti, dichiara:
"Dal punto di vista della teoria dell'immiserimento, l'importante  non gi se il salario sia cresciuto o calato, bens se sia cresciuto il livello del plus-valore che determina il grado dello sfruttamento dell'operaio e questo aumento equivale al relativo peggioramento delle condizioni dell'operaio nella societ".
Marx, nel primo volume del Capitale, ha parlato di "peggioramento" relativo, non assoluto, in contrasto all'ottimismo roseo degli economisti borghesi, laudatori del regime capitalista. Esempio il Gavernitz e il suo libro Verso la Pace Sociale.
Bisogna appunto interpretare Marx. I repubblicani chiedono a noi di non interpretare alla lettera il teismo di Mazzini e ci pregano di non confonderlo con quello dei preti.  giusto. Ma allora non bisogna interpretare alla lettera le teorie marxiste.
Quanto alla piccola propriet agricola della Francia (nazione-tipo perch ha un numero enorme di piccoli proprietari), noi abbiamo ammesso il suo frazionarsi, ma abbiamo anche documentato la sua soggezione all'alta borghesia bancaria e industriale. Abbiamo citato degli esempi. Abbiamo dimostrato - e non fummo smentiti - che il piccolo proprietario tanto in Francia come altrove  ormai una "finzione giuridica", oppresso dal fisco e dalle ipoteche, senza autonomia, senza libert.
La distinzione fra concentramento dei "mezzi di produzione" e concentramento delle "ricchezze"  esatta. Ma i possessori dei mezzi di produzione sono anche i possessori della ricchezza sociale. L'articolista del Pensiero Romagnolo si chiede:
"Quale valore di pessimismo marxista pu avere il concentramento dei mezzi di produzione di fronte al crescere progressivo della potenza proletaria?".
La domanda  nebulosa. Per capire il "pessimismo" di cui si ragiona, bisogna passare alcune righe e giungere al periodo nel quale l'articolista dichiara:
"La concentrazione della ricchezza in poche mani di capitalisti, ha, secondo Marx, carattere di progressiva spogliazione della classe lavoratrice".
La "progressiva spogliazione" produce l'assoluto immiserimento e di riflesso il pessimismo marxista.
Ora Marx, ripetiamolo, non ha mai parlato di immiserimento assoluto. Nel suo libro La miseria della filosofia, a pagine 139-140, egli scrisse:
"Quanto alle classi lavoratrici  ancora una questione molto contesa se le loro condizioni siano migliorate in seguito all'aumento della ricchezza pubblica".
E pi sotto:
" soltanto perch il salario in seguito della concorrenza oscilla al disopra e al disotto del prezzo dei viveri necessari al sostenimento dell'operaio che quest'ultimo pu approfittare in misura minima della ricchezza pubblica. Ma per la stessa ragione appunto pu anche morire di fame".
Chi pu negare il carattere di relativit a questa ovvia formulazione marxistica?
...
Riassumiamo. L'aumento del livello del plus-valore significa peggioramento relativo della condizione dell'operaio. Ad ogni modo ogni miglioramento  illusorio poich non spezza il dualismo capitalistico proletario e mantiene lo sfruttamento dell'uomo sull'uomo. Il concentramento della ricchezza avviene non per colla celerit prevista dai discepoli di Marx n colle stesse forme.
Il Pensiero Romagnolo ci annuncia che documenter il fallimento di altre profezie marxiste. Impresa facile. Poich tutti i profeti - appunto perch profeti - hanno fallito: non escluso Mazzini.
Da La Lotta di Classe, N. 55, 21 gennaio 1911, II.
 GLI UNITARI
L'unit del Partito: ecco una dea che ha onore di profumati incensi da tutte le parti, tanto dai riformisti come dai rivoluzionari. Anzi! Sono i rivoluzionari gli adoratori pi stupidamente bigotti dell'unit.
Vogliamo divertirci a smontare questo feticismo assurdo? Ma s. Tanto, siamo in pieno carnovale politico e socialista.
Cominciamo col distinguere l'unit reale dall'unit fittizia, formale, artificiosa. E domandiamoci: il Partito Socialista Italiano  spiritualmente o positivamente uno? Mai pi.
Alle variet delle ideologie corrisponde una altrettanto grande variet degli atteggiamenti pratici. Ogni socialista dispone di un socialismo per suo uso e consumo, oggi bloccardo, domani intransigente o viceversa, come ogni beghina ha un santo o un santone cui indirizza di preferenza i rosari e col quale  in maggior dimestichezza. Non vorrete sostenere che la tessera del Partito Socialista Italiano abbia lo stesso valore messa in tasca a Bissolati o in tasca a un bracciante di Romagna. Per Bissolati la tessera  un pezzo di carta convenzionale - senza valore alcuno -; per l'umile socialista invece  una specie di passaporto simbolico.
L'unit tutta formale e semplicemente amministrativa del Partito Socialista Italiano, rassomiglia all'unit ipocrita di certi coniugi che a passeggio in pubblico fanno gli innamorati e in casa, fra le mura domestiche, si rompono la testa a seggiolate. Ma non appena i vicini si accorgono dello spettacolo, bisogna cambiar musica, deporre la maschera e chiedere il divorzio.
Ora i nostri vicini - e cio i conservatori di tutte le gradazioni - sanno gi che l'unit nostra  illusoria, decorativa, non sostanziale. Il gioco  scoperto, e allora, egregi amici cos detti rivoluzionari, perch prestarsi a fare nella commedia la parte delle comparse?
La variet sta bene.
L'apprezziamo nei matrimoni - fra i temperamenti dei coniugandi -; l'accettiamo nei partiti come un sintomo di ricerca e di equilibrio -; la cerchiamo in un men d'albergo.
Ma variet non significa incompatibilit, antagonismo, complicit. Ora rimanendo nel Partito si accettano del Partito le responsabilit collettive e le conseguenze che ne derivano. Basta dunque coi vincoli artificiosi! Via i pudichi veli che nascondono la triste realt delle cose! Ognuno riprenda la sua via e la sua libert d'azione. I riformisti traggano tutte le conseguenze pratiche dalle loro premesse teoriche: giungano in fondo, vadano al Quirinale, al Ministero, al Vaticano, al Kremlino o a una Centrale di Questura.
Noi, ed  oramai questione di possedere o no un residuo di morale politica, continuiamo la nostra opera di propaganda fra le masse.
In Italia c' lavoro per tutti. Per i riformisti che potranno affrettare l'evoluzione democratica della nazione e spremere dalle istituzioni tutto quanto possono dare nel campo della legislazione sociale, scolastica, ecclesiastica, penale. Per i rivoluzionari che riprenderanno l'opera di proselitismo, di organizzazione, di cultura fra le enormi masse d'italiani che vivono ancora oltre i confini della vita civile.
Ma bisogna avere il coraggio di spezzare l'unit del Partito, ridotta a essere una ridicola burocratica finzione che inceppa il movimento degli uni e degli altri.
Noi daremo l'esempio. E coloro che non vogliono usurpare il nome di socialisti ci seguiranno.
Da La Lotta di Classe, N. 66, 8 aprile 1911, II (b, 118).
 OSARE!
Il ghiaccio  rotto. Il primo passo  compiuto. Marted sera la sezione socialista di Forl, riunita in un'assemblea imponentissima, votava all'unanimit la sua autonomia dal Partito Socialista Ufficiale. Noi siamo certi che le sezioni delle ville seguiranno l'esempio. Al convegno del 23 aprile l'intera Federazione si proclamer autonoma votando l'ordine del giorno proposto dal Comitato federale.
Ogni esitazione  scomparsa, deve scomparire. Non si tratta di innalzare una nuova bandiera politica, ma si tratta di salvare la vecchia bandiera socialista dalla profanazione di coloro che sotto le sue pieghe si erano raccolti. Non  un nuovo verbo che vogliamo predicare, ma  sempre il vecchio verbo del socialismo, formulato nei congressi internazionali, quello che guida e guider la nostra propaganda, la nostra azione, le nostre battaglie. Ad Amsterdam, nel 1904, fu esclusa la partecipazione dei socialisti al potere in regime borghese. Ora i socialisti italiani, che tale partecipazione teoricamente ammettono e intendono quando che sia tradurla praticamente nei fatti, sono tagliati fuori dal Partito Socialista Internazionale. Voi avete letto gli aspri giudizi, le severe condanne pronunciate contro i riformisti italiani dai deputati socialisti francesi e dal Vorwaerts, organo quotidiano dei socialisti tedeschi.
Attendere che i riformisti se ne vadano spontaneamente,  ingenuo. Essi hanno bisogno di continuare a parlare in nome del Partito Socialista, poich esso  ancora o  stato per loro una grande forza politica. Ma domani col nostro distacco sventeremo l'equivoco. O con noi o con gli altri. O col Quirinale o col socialismo!
La nostra Federazione  in grado di compiere quest'opera di sincerit politica. Nessun collegio d'Italia, neppure quelli che vantano deputati socialisti, dispone di un fascio di forze socialiste cos compatto, cos omogeneo, cos numeroso come il nostro. Abbiamo un giornale diffuso in molte parti d'Italia, domani avremo la Casa della Federazione e la tipografia. Attorno a noi - nucleo centrale - si raccoglieranno a poco a poco le sezioni e le federazioni rivoluzionarie d'Italia e quelle centinaia di compagni che disgustati e sfiduciati si sono da tempo ritirati dal Partito. Un convegno nazionale stabilir poi la forma definitiva della nostra organizzazione.
Noi crediamo fermamente che i compagni delle altre regioni d'Italia ci seguiranno. Le lettere che abbiamo ricevute in questi giorni e che in altra parte del giornale pubblichiamo, sono eloquenti. Si vuole che la prima mossa parta da noi e noi, iniziando la secessione liberatrice, non abbiamo preoccupazioni numeriche. Quando il Partito Repubblicano, all'indomani dei tradimenti che lo avevano demoralizzato e prostrato, inizi nelle Romagne e proprio in Forl il movimento di rigenerazione, esso non aveva certo le molte migliaia di proseliti che pu vantar oggi. Ci sono dei partiti in Italia che contano meno adepti della nostra Federazione.
Ma pochi o molti, l'essenziale  di salvare il Partito, e pi che il Partito, il socialismo. Questa vecchia e generosa terra di Romagna non pu smentire se stessa. Qui, dove il socialismo s'afferm cogli ardimenti e colle audacie dell'Internazionale, qui non pu trovar credito e aderenti la "confraternita del ramo secco", che fra poco sar gettato al fuoco nelle anticamere della reggia. Qui, dove nel terreno economico si pratica la lotta di classe, non si pu sul terreno politico accettare dai socialisti la collaborazione con quella monarchia che domani mander contro di noi, contro i nostri braccianti le baionette salvatrici della mezzadria e della propriet privata. Non possiamo sdoppiarci.
Non si pu essere intransigenti in Romagna, per essere transigentissimi a Roma. Non si pu commemorare la Comune e poi mettersi al servizio di s. maest. La nostra direttiva politica non deve alterarsi per cambiare d'ambiente.
Noi vogliamo dimostrare colla nostra autonomia che il ramo non  ancora completamente secco, noi proveremo che al soffio ardente della nostra fede esso compir il miracolo della primavera: dar nuovi e pi freschi germogli.
Da La Lotta di Classe, N. 67, 13 aprile 1911, II (b, 118).
 "SE MI ASSOLVERETE MI FARETE PIACERE,
SE MI CONDANNERETE MI FARETE ONORE"
Mi dispiace di non potere essere breve, perch io devo completare la deposizione che feci, quando non conoscevo l'atto di accusa.
Io escludo subito che a Forl sia scoppiato lo sciopero generale perch io l'ho proposto.
 sbalorditiva questa illazione! Lo sciopero generale  merito del proletariato forlivese: non mio. L'atto di accusa ha voluto iperbolizzare la importanza della mia personalit fra il proletariato della citt di Forl, la cui grande maggioranza non solo non mi obbedirebbe, ma farebbe il contrario di ci che io dico.
L'epoca dei sobillatori, signor presidente,  finita, come  finita quella degli apostoli.
La folla ha gi acquistato la sua individualit pensante e volitiva; non si lascia pi rimorchiare dai suoi cosidetti dirigenti, ma li rimorchia. Qualche volta li sconfessa e li mette da parte, anche. E fa quasi sempre bene.
E veniamo al mio articolo... incendiario.
Io, alla vigilia della spedizione, non la conoscevo, non solo, ma non la prevedevo neppure (e legge a prova un suo articolo pubblicato nella Lotta, nella imminenza della spedizione).
Soltanto la sera del 24 noi apprendemmo essere imminente lo sbarco a Tripoli. E fu convocato un comizio per il 25, malamente riuscito, nel quale egli fece un discorso storico, geografico, illustrativo, come confermano anche dei testi di accusa della P. S.
In quel discorso io dissi che fra noi socialisti e i nazionalisti c' questa diversit: che essi vogliono un'Italia vasta, io voglio un'Italia colta, ricca e libera. Preferisco essere cittadino della Danimarca, anzich essere suddito dell'impero Cinese. Io mi posi, cos, sul terreno dell'amor patrio. E fui... alquanto incoerente: ne fui pure rimproverato come di una debolezza verso il nazionalismo.
Ebbene, io sono stato redento in maniera bizzarra da questa accusa: con questo processo.
Il comizio non proclam lo sciopero generale, perch era incompetente a farlo: in esso ci limitammo ad "invitare" la Camera del lavoro ad attuarlo.
Esclude di avere pronunziato frasi provocatrici, nel comizio, contro l'autorit, la quale prese delle allegre cantonate. E dichiara:
Io non formulai l'ordine del giorno per lo sciopero: nella mia qualit di presidente del comizio, lo lessi. Lo sciopero generale, a Forl,  scoppiato, in parte, per obbedienza agli ordini della Confederazione del lavoro e all'invito del gruppo parlamentare socialista, radunatosi a Bologna, e fu proclamato la sera del 25 nella vecchia Camera del lavoro da un'assemblea imponentissima, nella quale egli non volle parlare. E perch? N per paura, n per prudenza. Ma per correttezza politica, perch - dice - io non ero un operaio ma un giornalista, e non intendevo influire sul proletariato con i miei criteri di uomo politico.
Come scoppi la dimostrazione? Per la mia sobillazione? Se l'avessi fatta, ora qui me ne farei carico. Ma la verit  che quando in Forl si radunano 15 mila operai, la dimostrazione sboccia spontanea, irrefrenabile. Non presi parte a nessuno dei fatti accaduti nelle due giornate.
L'accusa ha voluto trovare nei miei articoli pubblicati nella Lotta, immediatamente dopo lo sciopero, la confessione dei miei... reati. Ci  grottesco! Io non ho confessato nulla, perch non avevo colpe da confessare. Quegli articoli non contenevano, se non critiche teoriche, commenti dottrinali agli avvenimenti svoltisi e si riassumevano nel prospettare il "mito" dello sciopero generale, la "religiosit" di questo nuovo gesto, che succede a quelli delle religioni passate.
I miei articoli, in sostanza, miravano a dire a quei signori della Confederazione del lavoro: "Volete lo sciopero generale sul serio o per burla? Perch, badate, se lo volete sul serio, dovete impegnarvi in un duello mortale col governo, che ha gi deciso la spedizione".
Io non rigetto alcuna delle responsabilit, derivantimi dai miei articoli, sebbene avessi potuto nascondermi dietro il gerente. Ma io invoco, per queste mie affermazioni puramente teoriche del pensiero rivoluzionario, la corresponsabilit di pensatori di alta dignit, i cui scritti... sovversivi circolano impunemente dappertutto.
Io sono stato accusato di aver istigato al sabotage. Ebbene, io sono favorevole al "sabotaggio"; ma il mio sabotaggio non  quello dei vandali o dei teppisti. Questo, per me  immorale. Il mio sabotaggio  quello che concreta efficacemente la protesta, rispettando, come in ogni guerra, anche nella guerra sociale, il diritto dei neutri: cio la incolumit dei cittadini. (Pres.: "Ma, comunque, il danneggiamento  immorale").
Signor presidente, la sua interruzione pone in rilievo la differenza fra la mia morale e... quella degli altri. Io penso che il "fine" altamente civico del "sabotaggio", quello che io accetto, giustifica e moralizza i "mezzi". (Pres.: "Lei  per la teoria che il fine giustifica i mezzi, allora!").
Signor presidente, la nota teoria machiavellica  stata riabilitata da Giovanni Bovio... ed  soprattutto riabilitata dalla realt anche la pi bella della vita vissuta e pensata.
Ma lasciamo andare. Io smentisco e respingo le accuse di complicit negli atti di vandalismo compiuti dalla folla, semplicemente perch io, in linea di fatto, sono rimasto estraneo del tutto a questi fatti. (P. M.: "Il prof. Mussolini, quando scrisse nella Lotta il noto articolo sul sabotage, sapeva gi degli atti di vandalismo compiuti?").
S, io non li ignoravo. (P. M.: "E tuttavia ella ne fece l'apologia nei suoi articoli").
Apologia dei vandalismi assolutamente no, in nessun caso. Ho gi spiegato la profonda diversit, morale e di fatto, che corre tra il sabotage che io approvo e che  il prolungamento logico dello sciopero generale, e gli atti di vandalismo, dei quali respingo ogni responsabilit ed ogni complicit.
Ed ora concludo. Concludo come quel filosofo, il quale aveva scritto sulla porta di casa: "Chi entra mi fa piacere, chi non entra mi fa onore!".
Ebbene, io vi dico, signori del tribunale, che se mi assolverete, mi farete piacere, perch mi restituirete al mio lavoro, alla societ. Ma se mi condannerete mi farete onore, perch voi vi trovate in presenza non di un malfattore, di un delinquente volgare, ma di un assertore di idee, di un agitatore di coscienze, di un milite di una fede, che s'impone al vostro rispetto, perch reca in s i presentimenti dell'avvenire e la forza grande della verit! (La chiusa della vigorosa, lucida ed elevata deposizione del nostro compagno Mussolini - che ha prodotto una grande impressione, visibile anche negli stessi giudici - suscita applausi ed approvazioni nel pubblico, subito represse dal presidente col rinvio dell'udienza al pomeriggio).
Da La Lotta di Classe, N. 96, 25 novernbre 1911, II.
...
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...
FINE.